Alle origini del Minnesota, la terra dei diecimila laghi divenuta quasi teatro di guerra

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di Paolo Pantani

Minnesota, la terra dei diecimila laghi, nordista, però aderì all’Unione solo nel 1858, come trentaduesima stella, similmente all’acquisto della Louisiana da Napoleone, che aveva bisogno di soldi nel 1801 per fare le sue guerre.

Poi, immediatamente, si dedicò alla guerra contro i Dakota, con l’esecuzione dei capi Sioux e il loro esilio.

Uno Stato nordista: avevano aderito da poco, non potevano dichiararsi subito secessionisti.

Pur tuttavia, malgrado il genocidio degli indigeni, comune a tutte le Americhe, qui è nato uno dei primi sindacati contadini, il Farmer–Labor Party. Da qui le tradizioni democratiche, in senso americano: cioè, dopo lo sterminio dei nativi, si è “progressivi”, si abbattono i monumenti, damnatio memoriae, cancel culture.

Fino ad arrivare a oggi, alle accuse di frodi immigrazioniste all’amministrazione democratica: Tim Walz è il governatore sotto attacco, nonché le comunità somale.

Ecco perché l’ICE, la polizia anti-immigrazione federale, ha invaso il Minnesota: vogliono l’“Insurrection Act”, lo stato di guerra, una specie di “legge pica” che noi meridionali ben conosciamo durante la nostra resistenza anti-piemontese. Si ammazza chiunque e ovunque, indiscriminatamente; vogliono eliminare tutti i cittadini di origine somala e chi si oppone.

La nuova guerra civile americana nasce in Minnesota, L’Étoile du Nord. Non a caso il motto di Stato è in lingua francese, non latino né inglese. Uno Stato emblema di prosperità, natura e diversità, che mantiene un forte legame con la sua storia e le sue radici indigene, è nel mirino. Pavento che arrestino il governatore Tim Walz, come con Maduro.

Noi siamo al loro fianco e al fianco delle comunità somale. Non saranno danesi, norvegesi o svedesi, come preferirebbe il dittatore razzista Trump, ma non sono “garbage”, spazzatura. Sono cittadini americani: la terra di origine non è letame e non possono eliminarli.