Tornare a mangiare gli alimenti che fino a poco tempo prima potevano provocare una reazione potenzialmente mortale. Per oltre un terzo dei bambini trattati con omalizumab questa possibilità è diventata concreta: dopo un anno di terapia, il 36% dei partecipanti a uno studio guidato dalla Stanford Medicine è riuscito a consumare porzioni complete di tre diversi cibi allergenici, comprese le arachidi.
I risultati della seconda fase della ricerca, pubblicati su “Jama Pediatrics”, suggeriscono che l’anticorpo monoclonale iniettabile possa fare più che proteggere dalle contaminazioni accidentali. In alcuni pazienti potrebbe consentire l’introduzione regolare nella dieta degli alimenti responsabili dell’allergia, aprendo la strada a percorsi terapeutici costruiti sulle esigenze della singola famiglia.
Omalizumab è stato approvato dalla Food and Drug Administration nel 2024 come protezione contro l’esposizione involontaria a piccole quantità di allergeni. Il via libera dell’agenzia statunitense era arrivato sulla base della prima parte dello studio condotto a Stanford. Con il nuovo lavoro, i ricercatori hanno voluto verificare se il farmaco, utilizzato da solo oppure insieme all’immunoterapia orale, potesse permettere ai bambini con allergie potenzialmente letali di consumare stabilmente i cibi fino a quel momento esclusi.
La sperimentazione, finanziata tra gli altri dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases, il Niaid che fa parte dei National Institutes of Health, ha coinvolto 117 bambini. L’età media era di 7 anni e tutti i partecipanti erano allergici alle arachidi e ad almeno altri due alimenti.
Un gruppo ha ricevuto omalizumab per un anno. L’altro è stato trattato con il farmaco per otto settimane, per poi proseguire con l’immunoterapia orale durante il resto dei dodici mesi. Alla fine del percorso gli scienziati hanno valutato la capacità dei bambini di tollerare 2.000 milligrammi di ciascuno dei tre alimenti responsabili delle reazioni allergiche.
Nel gruppo curato soltanto con omalizumab, il 36% dei partecipanti è riuscito a consumare tutte e tre le porzioni previste. La percentuale si è fermata al 19% tra i bambini sottoposti al percorso che comprendeva l’immunoterapia orale. I piccoli che avevano ricevuto esclusivamente il farmaco hanno inoltre mostrato una probabilità maggiore di completare lo studio.
La differenza, spiegano gli autori, dipende in larga parte dal numero più elevato di abbandoni registrato nel gruppo dell’immunoterapia orale. «Per chi è riuscito a seguire l’approccio terapeutico combinato, i risultati sono stati altrettanto positivi di quelli ottenuti con il solo omalizumab», precisa Sharon Chinthrajah, co-direttrice del Sean N. Parker Center for Allergy and Asthma Research di Stanford Medicine e autrice senior del trial.
L’immunoterapia orale consiste nell’assumere ogni giorno piccole quantità dell’alimento allergenico, aumentando gradualmente la dose. Stanford Medicine ha iniziato a sperimentarla circa 16 anni fa. Il trattamento può essere efficace, ma richiede tempi lunghi, controlli medici frequenti e può provocare reazioni allergiche ed effetti gastrointestinali sgradevoli.
Dopo ogni dose, inoltre, i pazienti devono limitare l’attività fisica per un’ora, una condizione non sempre semplice da rispettare per i bambini più attivi. Per conservare la tolleranza raggiunta è necessario continuare a mangiare con regolarità l’alimento, anche quando non è gradito.
Nel 2011, un gruppo dello stesso ateneo aveva scoperto che l’associazione tra immunoterapia orale e omalizumab poteva accelerare il percorso e ridurre gli eventi avversi rispetto alla sola immunoterapia. Il farmaco agisce legandosi agli anticorpi coinvolti in numerose patologie allergiche e inattivandoli.
Nel nuovo studio, però, i bambini sottoposti all’immunoterapia orale hanno manifestato un numero maggiore di effetti collaterali, fino a interrompere in alcuni casi il trattamento. Per Chinthrajah gli eventi avversi potrebbero non essere l’unica spiegazione: questo approccio richiede anche un impegno più consistente in termini di tempo. “Sarà importante comprendere meglio le ragioni per cui i pazienti hanno interrotto il trattamento, in modo da poter personalizzare ogni approccio”, sottolinea la ricercatrice.
Le allergie alimentari interessano l’8% dei bambini e il 10% degli adulti negli Stati Uniti. Per evitare reazioni gravi e shock anafilattici, chi ne soffre deve escludere dalla dieta gli alimenti che attivano la risposta immunitaria. Per i più piccoli questa precauzione è particolarmente difficile, perché allergeni molto comuni come grano, latte, uova, arachidi e altra frutta a guscio possono trovarsi in numerosi prodotti lungo tutta la catena alimentare.
Circa il 40% dei bambini allergici, inoltre, reagisce a più di un alimento. Una festa di compleanno, un evento scolastico o una cena al ristorante possono quindi trasformarsi in occasioni ad alto rischio e generare forte preoccupazione nelle famiglie.
Il nuovo scenario permette di distinguere tra esigenze differenti. Alcuni pazienti vogliono tornare a consumare regolarmente gli alimenti ai quali sono allergici; altri cercano soprattutto una protezione contro le esposizioni accidentali. «Abbiamo dimostrato che esistono molteplici percorsi per vivere una vita sicura con le allergie alimentari», afferma Chinthrajah.
Anche gli obiettivi possono cambiare durante la terapia. “Inizialmente le famiglie spesso desiderano essere protette da esposizioni accidentali. Poi, quando si rendono conto che la terapia di mantenimento è fattibile, i loro obiettivi potrebbero cambiare”, osserva la ricercatrice.
La prospettiva è raccogliere dati sufficienti per adattare i trattamenti alle priorità e alla capacità di ciascun paziente di sostenere l’impegno richiesto. “Questo studio è molto incoraggiante perché prova che abbiamo a disposizione opzioni di trattamento sicure e non eccessivamente gravose per i nostri pazienti”, conclude Sayantani Sindher, co-autrice del lavoro.





































