Altro che estate, ci aspetta forse un autunno caldo

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Altro che estate, ci aspetta, piuttosto, un autunno caldo. Gli indicatori economici che chiudono questa prima settimana di agosto, a ridosso cioè delle sempre più brevi ferie dei sempre più pochi fortunati italiani che già ci stanno o magari ci andranno, fanno presagire nulla di buono.
Il termometro, al solito, è registrato dall’Istat secondo cui l’indice “spia” sull’andamento economico “continua a registrare flessioni, segnalando il proseguimento dell’attuale fase di contenimento dei ritmi di crescita economica”, scrivono i tecnici dell’istituto nazionale di statistica. In questa fase, spiegano, si “rafforza la crescita dell’economia statunitense (ma sul punto ci torniamo) mentre si conferma il rallentamento di quella dell’area euro”. E, aggiungono, “anche in Italia l’economia decelera, condizionata dal contributo negativo della domanda estera netta”.
Insomma, le avvisaglie non mancano. A cominciare dallo spread tra Btp e Bund che è tornato a far capolino, oscillando, al momento della scrittura di questa nota, intorno a 250 punti base, dopo aver toccato un massimo di 268 punti. Di conseguenza, il rendimento del decennale italiano sale al 2,98%, mentre rallenta anche il titolo biennale con il tasso che si è riportato all’1,08% dopo un balzo fino all’1,27%.
E le cose non vanno bene neanche sul fronte dei consumi, oltre che su quello della produzione.
Le vendite al dettaglio, infatti, a giugno hanno segnato una battuta d’arresto, diminuendo rispetto al mese precedente dello 0,2% in valore e dello 0,3% in volume. “La flessione complessiva è dovuta al calo delle vendite dei beni alimentari (rispettivamente -0,9% in valore e -1,0% in volume). Su base annua, almeno a livello complessivo, resta ancora il segno più, con un aumento dell’1,5% in valore e dello 0,5% in volume. Le vendite dei prodotti per la tavola sono cresciute dell’1,9% in valore, ma diminuite dello 0,4% in volume.
La produzione industriale, invece, a giugno ha segnato un nuovo rialzo, il secondo consecutivo, crescendo dello 0,5% rispetto a maggio, sicché gli incrementi degli ultimi due mesi hanno permesso di “recuperare la flessione di aprile”. Ma si tratta di un’illusione ottica, nel senso che “l’’espansione” – la fonte è sempre l’Istat – si confermerebbe anche in termini tendenziali, se non fosse che l’impulso si mostra in attenuazione. Si tratta infatti del rialzo tendenziale più contenuto dall’aprile del 2017. In altri termini, nella media dei primi sei mesi la produzione industriale è cresciuta del 2,6% su base annua, ma rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente l’indice risulta in flessione (era al +3% tra gennaio e giugno 2017).
E c’è poi l’annoso problema della disoccupazione, che al Sud assume i contorni di un vero e proprio dramma sociale. I dati, questa volta sono della Svimez: nel 2017 il Mezzogiorno ha rialzato la testa, ma in presenza di un contesto di grande incertezza nel 2019 e “senza politiche adeguate” l’economia del Sud rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo” nel giro di due anni (dal +1,4% dello scorso anno al +0,7% del prossimo). Non solo. “Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)” si legge nel rapporto che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche“. E definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors’”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”. Inoltre, “negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”.
Si diceva dell’America, con la quale non c’è partita, sia come Europa Unita che, ovviamente, come Paese. Ad un raffronto col Pil, infatti, posto che fosse calcolato allo stesso modo, il confronto finirebbe 4 a 1 per l’economia a stelle e strisce. Ma la crescita USA rischia di essere un boccone avvelenato per le altre economie e l’inasprimento della “guerra dei dazi” non fa che peggiorare il quadro. Insomma, c’è poco da andare fieri per le pacche sulle spalle ricevute dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte dall’omologo statunitense Donald Trump.

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