Ambasciate sotto tiro dopo il raid degli Usa in Iraq

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In foto Takht Ravanchi, ambasciatore dell'Iran all'ONU
Attacchi alle postazioni USA in Iraq : a quanto pare la reazione è avvenuta e purtroppo non si limiterà a questa solamente anche se adesso le armi sembrano tacere, e  lo scetticismo di molti addetti ai lavori iraniani diventa velata trasgressione della verità cogente : “La risposta ad un’azione militare è un’azione militare. Da parte di chi? Quando? Dove? Lo vedremo”. Lo disse l’ambasciatore iraniano all’Onu, Takht Ravanchi, in un’intervista alla Cnn. “Non possiamo rimanere in silenzio, dobbiamo agire ed agiremo”, ha detto ancora sottolineando che il raid degli Stati Uniti contro il generale iraniano Ghassem Soleimani “è stato un atto di guerra contro il popolo iraniano”. A questo punto da un punto di vista diplomatico occorre fare una riflessione: gli USA hanno reagito duramente ma con una rabbia giustificata; da tempo gli USA non vedono di buon occhio la reazione europea ai fatti del mondo arabo; da tanto gli USA non riescono a dimostrare con fatti quanto l’Iran stia facendo per la confezione di bombe atomiche perche agli ispettori americani non si è concesso il tempo necessario per ispezionare alla fonte il processo chimico che porta alla costruzione di bombe atomiche; adesso gli USA affermano che l’Iran non ha mai vinto una guerra e che quindi mancano i mezzi necessari per far paura seriamente all’Occidente. Tirando le somme le conclusioni sono chiare: il mondo è frammentato politicamente e socialmente, e mentre sottobanco continuano gli accordi economici europei con potenze che non sono invise dagli Usa, la diplomazia resta al palo delle attese.
Se però ritorniamo all’origine del dissidio , e cioè all’accusa americana nei confronti delle aziende iraniane che starebbero costruendo ordigni atomici, occorrerebbe tenere conto che il processo di decadimento uso topico dell’uranio radioattivo è molto lento e gli ispettori USA non potrebbero mai provare le colpe dell’Iran se non fosse loro concesso di restare a controllare per un tempo quasi indefinito, per cui nulla è controllabile, nulla è probabile. Resta solo l’incolumità dei cittadini americani ed europei che lavorano in Iraq e, non ultima, l’incolumità dei nostri militari che stazionano in Iraq per un processo di pace che sembra compromesso non poco. Ancora una volta il ruolo diplomatico delle ambasciate deve avere dei riferimenti politici giusti, e la valenza di accordi di rigore che adesso è difficile tenere conto , e non certo può aiutare l’interesse che deriva da accordi economici in essere o futuri. Forse occorre richiamare all’ordine chi può farlo veramente altrimenti si finisce per giustificare lo stato di confusione, che storicamente crea vantaggi per chi riesce con la forza e il terrore, a cambiare le cose, e non sempre momentaneamente.