Ambiente, nei mari una spugna “spazzina”: ripulisce i porti inquinati 

Grazie a una specifica spugna marina è possibile ridurre l’inquinamento delle zone portuali. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato su Frontiers in Marine Science. “In questo studio dimostriamo che alcune specie di spugne hanno un potenziale eccezionale per il ripristino degli habitat portuali degradati”, ha affermato il dottor Manuel Maldonado, responsabile del gruppo di ricerca presso il Centro di Studi Avanzati di Blanes a Girona, in Spagna.
“Nel nostro nuovo studio abbiamo testato cinque specie e, tra queste, la spugna Chondrosia reniformis ha dimostrato una straordinaria capacita’ di adattarsi a queste condizioni difficili e persino di prosperare.” Le spugne sono veri e propri ingegneri dell’ecosistema. Le popolazioni di spugne filtrano migliaia di litri di acqua marina ogni giorno, rimuovendo metalli pesanti, batteri patogeni, virus e particelle organiche, riciclando al contempo i nutrienti attraverso i loro microbi simbionti. Questo non solo migliora la qualità dell’acqua, ma fornisce anche energia e materia organica alla rete trofica. Le spugne offrono inoltre riparo a vermi, crostacei e pesci giovani. Come primo passo verso l’utilizzo delle spugne per la rinaturalizzazione dei porti mediterranei, Maldonado si e’ proposto di identificare le specie piu’ tolleranti all’inquinamento. Per condurre i propri esperimenti, ha scelto il porto turistico di Girona, Marina Palamos. Gli autori avevano selezionato cinque candidate, tutte abbondanti a basse profondita’ al largo di Punta Santa Anna, a 30 km da Marina Palamo’s: Corticium candelabrum, Crambe crambe, Scalarispongia scalaris, Ircinia oros e la Chondrosia reniformis. Queste specie sono solo lontanamente imparentate e differiscono per caratteristiche funzionali e anatomiche fondamentali, come la presenza o l’assenza di un endoscheletro, la sua composizione minerale e la densita’ di simbionti microbici nei loro tessuti.
Dopo aver raccolto le spugne, gli scienziati le hanno trasportate al vicino centro di ricerca marina di Blanes e le hanno allevate, ancorate a piastre di ceramica, in vasche da 500 litri con acqua di mare corrente non filtrata. Nel corso del 2024 e del 2025, hanno trapiantato queste piastre, contenenti un totale di 42 spugne, su “barriere artificiali”, costituite da griglie metalliche rivestite di carbonato di calcio e fissate al muro di protezione sottomarino di Marina Palamos. Dopo il trapianto, gli autori hanno monitorato regolarmente la salute e la sopravvivenza delle spugne attraverso fotografie subacquee e ispezioni visive ravvicinate. Tutti gli esemplari di C. crambe , S. scalaris e I. oros si sono gradualmente ridotti di dimensioni e sono sopravvissuti tra i 20 e i 165 giorni prima di morire. Al contrario, C. reniformis ha prosperato e si e’ persino riprodotta asessualmente. “Il nostro prossimo passo – ha affermato Maldonado – sarà monitorare le spugne trapiantate per diversi anni. Siamo particolarmente interessati a seguire i cambiamenti nelle loro comunità di microbi simbionti per scoprire se questi le aiutano a tollerare gli inquinanti. Ma continueremo anche a testare altre specie di spugne”.