Angelo Armano e l’aikido come scelta di vita

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Bannen aikido, l’opera di Angelo Armano, pubblicata da Valtrend, sul «tardo» aikido , cioè l’aikido come l’ha visto il suo fondatore Morihei Ueshiba negli ultimi dieci anni della sua vita, sicuramente non riguarda solo quest’arte marziale. Significativo è già il sottotitolo (L’alchimia. L’arte della pace tra Budo e Spirito Universale), che ci rimanda alla ricerca di un bene non solo materiale ma soprattutto interiore. D’altronde l’autore, che è pure un valente avvocato ed uomo di vasta cultura,  ci suggerisce anche – come aveva già fatto nella sua precedente opera La psicologia dell’aikido del 2011 – che l’aikido è un’arte della pace, pace con se stessi, e pace con il prossimo, il che non è poco. Rivelatrice dell’ampiezza ed anche dell’originalità degli orizzonti esplorati è già l’introduzione, che si apre con una lunga citazione da Il critico come artista di Oscar Wilde. Qui Wilde ci parla di Goethe, dell’amore che il grande scrittore nutriva per il suo paese, ma anche del suo rifiuto di far risuonare accenti di guerra e di odio per quell’altro paese europeo che allora minacciava la Germania, vale a dire la Francia napoleonica. «Morihei Ueshiba – continua Armano – si è posto obiettivi analoghi a quelli di Wilde, proponendo però un mezzo di integrazione e trasformazione delle coscienze che implicasse contemporaneamente più livelli: corporeo, mentale, spirituale e psichico». E più volte s’intravede in queste pagine il miraggio kantiano di una pace universale. Dunque l’aikido viene inteso come una ricerca che abbraccia tutte le sfere dell’esistenza, come un’«arte» i cui fini vanno ben oltre il benessere e la serenità del singolo. 
L’opera, illustrata dalle splendide tavole calligrafiche di Minako Kobayashi, ha una struttura dialogica (con tre interlocutori), che conferisce una sua dinamica alla trattazione. Ciò che importa, nella visione dell’autore, non sono tanto gli aspetti «tecnici» dell’arte marziale, quanto piuttosto il suo spirito: così l’aikido diviene anche l’espressione di un moderno umanesimo. Oltre agli autori della tradizione orientale (sui quali non mi soffermo solo per esigenze di brevità), sono tanti gli autori occidentali citati: Platone, Agostino, Dante, Bruno e poi Cartesio, Bruno, Vico, poi ancora Jung, Hillmann e molti altri. I precetti dell’aikido e delle grandi arti marziali alla fine non sono troppo dissimili da quelli delle varie fedi religiose ma si perviene alla loro realizzazione attraverso un’altra via. Il primo fra di essi è proprio quello della rinuncia alla violenza. Compito dell’aikidoka non è mai quello di ferire oppure uccidere l’avversario, perché questa sarebbe la vera sconfitta, ma in certo senso è quello di accedere ad una dimensione in cui ogni ostilità si svuota di senso oppure assume un altro senso: «il lato destro della lama è la metà destra del mio cuore; il lato sinistro è la metà sinistra del cuore di chi mi fronteggia. Insieme sono un cuore solo» (Ueshiba).  D’altronde la vera pace scaturisce proprio dal confronto, non si può esorcizzare l’aggressività se non vivendola, affrontandola. Il riconoscimento dell’altro nel confronto (e nello scontro) qui assume un senso particolare, è parte di un processo di conoscenza di sé («la vera vittoria è vincere se stessi»).  
Inoltre, nel background di quest’opera si intravede ben chiaro un miraggio che è quello delle filosofie rinascimentali (e non solo): entrare in rapporto con l’anima mundi, il tutto, se si vuole il divino che è nella natura (da Ficino a Spinoza). Anche in questa prospettiva «filosofica», il viaggio attraverso il vasto territorio esplorato in Bannen aikido potrebbe – e forse dovrebbe – continuare a lungo. Ognuno tra gli autori ricordati meriterebbe un’attenzione specifica. Tuttavia non posso fare a meno di menzionare, fra di essi, Giambattista Vico, un grande che ci ha proposto un modello gnoseologico diverso da quello puramente razionalistico o scientifico e nel quale invece svolge un grande ruolo la sapienza poetica, il mito.
 V’è però un’altra cosa che va ricordata ed è il contesto storico in cui è nato l’aikido, in cui ha operato Ueshiba, cioè il periodo tra le due guerre mondiali, e quello in cui è maturato il bannen aikido, cioè il secondo dopoguerra. Ueshiba, che era stato allievo di Takeda, dovette affrontare prima contrasti con chi voleva fare di questa e di altre arti marziali uno strumento del militarismo nazionalista; poi nel secondo dopoguerra, con chi vedeva sopravvivere nelle arti marziali il retaggio di un recente passato, cosicché fino al 1948 la loro pratica fu proibita. Tanti erano morti nella seconda guerra mondiale: Okinawa, Iwo Jima, Hiroshima, Nagasaki erano state solo alcune delle tappe di un’immane tragedia che aveva coinvolto tutti, giapponesi ed americani. Dopo la guerra vi furono anche fenomeni di attrazione tra le due culture. È anche in rapporto a questi complessi e drammatici scenari che va visto il maturare del «messaggio della pace» di Ueshiba.