“Animale”: parola disonesta. Biogem, la specie narcisista tra scienza e filosofia

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Sartre, riformulando a suo modo Vico, diceva che l’uomo non ha natura ma solo storia (cos’altro potrà mai significare che “l’esistenza precede l’essenza”?), una sentenza che a leggerla adesso fa un po’ di tenerezza perché tradisce, in fondo, uno degli ultimi tentativi riusciti della filosofia di rivendicare l’esclusiva sull’umano. Ma, come sappiamo, nonostante di esistenzialisti in tutte le salse siano ancora piene le nostre accademie, le cose sono andate diversamente. A mettere bocca su coscienza, libertà, creatività, immaginazione, morale e persino senso dell’aldilà, è oggi a pieno diritto anche la scienza. E ciò per una regione assai semplice: gli esseri umani non sono poi così eccezionali.

 

Tutti gli animali, io pure, si esprimono” amava ripetere Karl Popper e proprio questo è il punto. Il mondo umano è la continuazione di quello animale con altri mezzi. Intorno a questo intricato rapporto si articolerà l’ottava edizione del Meeting “Le Due Culture” che dal 7 all’11 Settembre chiamerà a raccolta presso il Centro di ricerche Biogem di Ariano Irpino due Premi Nobel, Takaaki Kajita (Premio Nobel per la Fisica nel 2015) e lo svizzero Werner Arber (Premio Nobel per la Medicina nel 1978), e voci delle “due culture” come Luisella Battaglia, Edoardo Boncinelli, Antonio Ereditato, Maurizio Ferraris, Ludovico Galleni, Silvio Garattini, Paolo Isotta, Antonio Malo, Roberto Marchesini, Antonio Pascale, Pasquale Terracciano, Giorgio Vallortigara e Enrico Alleva. Intellettuali e ricercatori ben consapevoli che ragione, capacità intellettive e coscienza non rappresentano più un obiezione alla continuità uomo-animale. A testimoniarlo non sono solo i nostri “cugini” evolutivi, le scimmie antropomorfe, ma anche cani, pipistrelli, delfini, polpi e api, come dimostra con grazia narrativa l’etologo Enrico Alleva ne “La mente animale”, una definizione che da sola esprime il senso di un autentico passaggio di paradigma. Non stiamo assistendo soltanto a uno straordinario progresso della ricerca, cambiano le nostre mappe mentali. Rinegoziare la distinzione tra umano e non umano significa riconsiderare l’opposizione tra natura e cultura. Significa riconsiderare l’umanesimo così come lo abbiamo conosciuto. E su questo, nel Meeting di settembre, dirà senz’altro la sua Roberto Marchesini, zooantropologo e bioeticista, autore di uno dei più importanti volumi “Post-human”. “Porre un argine profondo e invalicabile tra uomo e animale – spiega Marchesini – significa per la tradizione umanistica realizzare il contenuto più autentico dell’umanità, ossia epurare l’essenza dell’uomo dalla sporcizia animale”. 

Ecco, aldilà della sue implicazioni teoriche e scientifiche, uno degli aspetti più interessanti della risemantizzazione del rapporto uomo-animale è a mio giudizio la sua ricaduta etica. E qui si può forse scomodare la voce di Jacques Derrida, che alla questione dei confini o, come egli preferisce chiamarli, dei “bordi” che intercorrono tra l’uomo e l’animale ha dedicato gli ultimi anni della sua riflessione. Ne “L’animale che dunque sono”, il pensatore francese riconosce non solo la significatività filosofica di qualcosa come una “mente animale”, ma fa molto di più. Invita a fare attenzione alla stessa parola “animale”. Le parole, si sa, non sono mai innocenti. E questa, rivela Derrida, non lo è per niente. L”Animale” è una parola “inquietante”, dice il filosofo francese: “È inquietante l’uso al singolare di una nozione così generale come ‘L’Animale’, come se tutti i viventi non umani potessero essere raggruppati nel senso comune di questo ‘luogo comune’. […] In questo concetto tuttofare sarebbero chiusi, […] tutti i viventi che l’uomo non riconosce come suoi simili, prossimi o fratelli”.  Derrida mette così allo scoperto un’incapacità originaria della nostra cultura, la radicale incapacità di pensare autenticamente l’altro-da-noi. Incapacità tanto profonda da essersi sedimentata in una parola che non è solo una parola, ma appunto un “luogo comune”, un contenitore sì di differenze, ma anche di somiglianze che non vogliono essere riconosciute. 

Non c’è dubbio che è proprio un presupposto di questo tipo che ha finora impedito alla specie narcisista di riconoscere, tra l’altro, la mente come proprietà condivisa. La scienza lo dimostra e la filosofia sta (a malincuore) preparando il terreno: ci attende un futuro in cui al mito autarchico della purezza dovremmo avvicendare quello un po’ più umile e solidale dello sharing.

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