Anita Calà e Villam: Fare arte, non c’è mai stato un momento più prezioso e costruttivo di questo

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in foto Anita Calà, courtesy

L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Azzurra Immediato

Anita Calà è una intellettuale vulcanica, una curatrice visionaria, una donna che, professionalmente, ama rischiare, tentare di avanzare abbattendo il limite dell’oltre ed è lì, esattamente in quel limbo ignoto, pericoloso, perturbante e affascinante che è stata capace di originare straordinarietà artistiche e curatoriali come poche se ne vedono in Italia e per farlo ha scelto di dar vita a Villam, entità inerente alla sperimentazione, locus amoenus dell’arte, a Roma. Non scrivo questo perché la stima che ho per lei è infinita, sono molte le occasioni che ci hanno viste collaborare, perciò, è cosa nota quanto il feeling “da colleghe” esista e sia forte. Una delle qualità che riconosco ad Anita Calà è la sua ricchezza interiore, la poliedrica capacità di inventare bellezza laddove non ce n’è o laddove è talmente velata da non apparire agli occhi dei più. La sua intuizione per l’arte e per l’altro, mi ha permesso, in questi due anni, di conoscere altre persone, altri artisti rivelatisi galassie di immaginifiche verità, di raro segno di permanenza in questo complesso “mondo dell’arte.” Ed è per questo che non potevo non fermarmi un istante e porre ad Anita le mie 3 Domande sull’arte, conscia che ella saprà dare ad ognuna di esse una origine di singolarità, saprà uscire dal terreno del già noto per aprire a sentieri speculativi di “perplicazione delle Idee”, per dirla con Deleuze.

Che cos’è l’arte per Anita Calà e per Villam?
Hai presente la favola di Dickens “A Christmas Carol” e l’incontro del protagonista con i tre spiriti, passato, presente e futuro? Ecco, il mio rapporto con l’arte è esattamente così, diviso in tre (per ora) periodi temporali. In passato era libertà, l’idea di fare quello che mi rendeva mentalmente e fisicamente spensierata. Nasco artista dopo un lungo periodo lavorativo da giovanissima come costumista per la televisione, il cinema e teatro, ma la vena creativa è stata da sempre mia compagna e, ad un certo punto, ho lasciato tutto, lo stipendio da favola, l’atmosfera del set, le conoscenze di quel settore, per buttarmi in un mondo sconosciuto (era il 2006) e ricominciare daccapo ma con l’idea appunto di libertà… arte=libertà… una povera ingenuotta praticamente. Il presente, quindi ieri (non oggi, per me l’oggi è essere proiettati nel futuro): arte=costruzione, la spensieratezza è stata spazzata letteralmente via da una rigida disciplina mentale che mi ha portato e mi porta a vedere la costruzione continua di una ricerca. Ieri non mi bastava più il solo creare opere, che man mano passava il tempo diventavano sempre meno materiali e sempre più fatte di esperienze generate dalle persone che coinvolgevo, l’arte intesa come produzione di un qualcosa di solo mio e poi esposto mi andava stretta, era masturbazione. È a quel punto che è nata Villam. Il futuro, per cui oggi, l’arte ha un obbiettivo ben preciso, deve fungere da veicolo per apportare all’umanità quello di cui necessità. Sento il bisogno di andare oltre ai progetti espositivi, alle mostre agli eventi. Oggi/futuro/arte=soluzione.

Villam nel suo essere un soggetto profondamente ibrido e corale, come è nato e come, negli anni, ha portato avanti la propria indagine sul contemporaneo? Esiste, ad oggi, un modus operandi capace di tracciare una ricerca che, ex post, riuscirà a stabilire una connessione reale tra il passato, il presente ed il futuro?
Villam, sta nascendo dai miei sogni, dalla mia fatica, esperienza, perseveranza, serietà, disciplina, è un parto continuo, una costruzione giornaliera, possibile solo attraverso lo scambio che ho con tutte le persone coinvolte. Villam è un’entità ibrida, legata non solo al concetto di arte, cerca l’eccellenza in ogni campo con l’obiettivo di trapiantarla in un terreno fertile per farla germogliare. Il contemporaneo a cui ci rivolgiamo è quello futuro, stiamo lavorando per essere l’anello che congiunge quello che ci aspetterà. Credo che per portare avanti una ricerca credibile, che resista e che rimanga “attiva” allo spietato scorrere del tempo sia necessario il passaparola generazionale, bisogna sempre circondarsi e fare appassionare chi è più giovane di te, chi ha testa e orecchie per ascoltare e arricchire la ricerca intrapresa. Mutandola e migliorandola con il passare degli anni e delle esperienze. L’impresa più difficile non è il metodo, è trovare chi ha la determinazione per farla crescere.

Inutile ripetere cosa abbia significato per l’arte il 2020, nonostante esso abbia segnato una importante quanto inattesa frattura che, probabilmente, porterà ad un cortocircuito fisiologico di cui, francamente, si necessitava da tempo. Tuttavia, in che modo Villam si è posto rispetto alla storia di cui siamo stati tutti protagonisti? È significativo che uno dei progetti messi in campo a cavallo tra il 2020 ed il 2021 dalle menti che sostengono l’intera identità di questo luogo ideale ed appena presentato, si chiami Game Over?
Ti dico la verità, per me non c’è mai stato un momento più prezioso e costruttivo come questo. I giochi sono finiti, e in ballo rimane solo chi sa fare il rond de jambe fouetté, 32 giri su una sola gamba! Cerco di non ascoltare tutte le lagne e le lamentele dettate dalla situazione, guardo dritta verso quella grande energia magmatica che scorre e si sente.La mia grande fortuna è avere al mio fianco persone che hanno lo stesso sguardo che buca la coltre di nebbia in cui siamo. Villam esiste solo perché è composto da persone come Elena Giulia Rossi, Giulia Pilieci, Chiara Bertini e Valeria Coratella , e giorno dopo giorno si aggiungono collaborazioni sempre più speciali e eccellenti . Ed è grazie al dialogo con loro che è nato Game Over-Future C(o)ulture. Un progetto complesso nato nel 2020 e che si protrarrà nei prossimi anni. Game Over – Future C(o)ulture si attua attraverso una fase sperimentale ed un lavoro di ricerca a lungo termine, interdisciplinare e condiviso da operatori culturali e figure professionali provenienti da diversi habitat, che possa portare ad uno spazio di dialogo, di scambio e d’ibridazione a livello internazionale per un possibile nuovo complesso ecologico. In questo processo il prodotto culturale è il risultato di un’operazione ampia e articolata, multiplayer, in un percorso non lineare e trasversale che attraversa discipline apparentemente lontane lavorando sul margine dell’incompatibilità. Il progetto è mutante, tanto quanto lo sono persone e cose che si intendono inglobare. L’obiettivo principale è riuscire a cogliere le necessità della società grazie alle nuove identità culturali e agire concretamente attraverso la contaminazione interdisciplinare tra settori differenti e l’intervento di figure professionali che superino le frontiere del sapere e stabiliscano un punto di riferimento per definire le linee guida del progetto utili alla costruzione delle forme di Cultura del domani. Si tratta di spostare l’attenzione verso giovani figure mutanti/ibride, creativi ed inventori under 35 che lavorano in altre discipline, inserendole nel sistema della Cultura, creando un vero e proprio trapianto da una disciplina a un’altra per transitare nel settore agricolo o scientifico o medico ecc.
Insomma… una cosa facile facile… (ride).

E la sua risata, siatene certi, lettori, reca una infinita galassia di nuove gestazioni ontologiche, che hanno come obiettivo quello di scardinare tutto quello che già sappiamo, perché è quella la dimensione nella quale entrare, infischiandosene di cosa le sovrastrutture hanno deciso, di cosa i perimetri culturali vecchio stile hanno imposto. Anita Calà ha il raro dono di saper trasformare l’entusiasmo dell’epifania maieutica in azione, quasi si trattasse di una sua sottesa performance, un tratto di strada compiuto assieme ai ‘suoi’ artisti, ben più che come fa una qualsiasi curatrice. Anita Calà non si occupa d’arte. È arte, poiché, ancora citando Gilles Deleuze, “da una parte pende verso ciò che fonda, verso le forme della rappresentazione, dall’altra invece, invece, devia e s’immerge in un senza fondo, al di là del fondamento che resiste a tutte le forme e non si lascia rappresentare”.

in foto Iginio De Luca, Iailat, 2018-2019, performance – Fabrizio Cicero, Ordine Nuovo, 2019, installazione. L’Inaugurazione, piazza Jan Palach (Ph Credit Maria Giovanna Sodero) a cura di Villam
in foto Carlo Zanni, Actual Supply, 2019, Banner, font Arnold by Philipp Neumeyer, Tu vs Everybody, 2019, Venezia, a cura di Villam
in foto Stefano Cagol , TBOE, Reggia di Caserta, a cura di Villam