Anticipazioni Svimez 2022, gap scuola: nell’intero ciclo della primaria un anno di scuola elementare in meno al Sud

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in foto Luca Bianchi (da bacheca Facebook Svimez)

Scuola, tempo medio per alunno della Primaria: al Sud quasi 4 ore a settimana in meno rispetto al Centro-Nord. Nell’intero ciclo un anno di scuola elementare in meno. E’ quanto si legge nelle anticipazioni del Rapporto 2022 di Svimez, presentato questa mattina alla Camea dal presidente Adriano Giannola e dal direttore Luca Bianchi.
Per effetto delle carenze infrastrutturali, solo il 18% degli alunni del Mezzogiorno accede al Tempo Pieno a Scuola, rispetto al 48% del Centro-Nord. La Basilicata (48%) è l’unica regione del Sud con valori prossimi a quelli del Nord. Bassi i valori di Umbria (28%) e Marche (30%), molto bassi quelli di Molise (8%), Sicilia (10%). Gli allievi della scuola primaria nel Mezzogiorno frequentano mediamente 4 ore di scuola in meno a settimana rispetto a quelli del Centro-Nord. La differenza tra le ultime due regioni (Molise e Sicilia) e le prime due (Lazio e Toscana) è su base annua di circa 200 ore. Considerando un ciclo scolastico intero (5 anni), gli alunni di Molise e Sicilia perdono circa 1000 ore che corrisponde a circa il monte ore di un anno di scuola primaria. Analoga la situazione delle altre regioni meridionali con l’eccezione della Basilicata.

Il PNRR la sfida dell’attuazione: i tempi di realizzazione e il ruolo degli enti locali
Dalla Banca dati delle opere pubbliche (BDAP-RGS/MEF) relative a interventi infrastrutturali realizzati dai Comuni (escluse città Metropolitane) nell’ultimo decennio 2012-2021 emerge che su circa 46.277 opere monitorate e concluse, il 49,6% riguarda Infrastrutture sociali (di cui: infrastrutture scolastiche (40%), abitative (6%), sport e tempo libero (14%), beni culturali (8%), sanitarie (4%), direzionali e amministrative (5%), culto (1,6%) e altre (20%)); al Sud tale quota sale al 53%.Si tratta di un ambito di intervento decisivo per raggiungere gli obiettivi di coesione territoriale previsti dal PNRR.
Rispetto al dato nazionale (1.007 giorni), i comuni del Mezzogiorno impiegano mediamente circa 450 giorni in più per portare a compimento la realizzazione delle infrastrutture sociali.
Considerando le tre fasi progettuali delle opere (progettazione, esecuzione e conclusine dei lavori) il Mezzogiorno presenta in tutte le fasi evidenti ritardi rispetto al Centro e alle aree Settentrionali. Oltre 300 giorni di ritardo si accumulano nella fase di cantierizzazione (esecuzione)
Se gli enti locali del Mezzogiorno non dovessero invertire il trend e rendere più efficiente la macchina burocratica necessaria all’affidamento dell’appalto, all’apertura del cantiere e alla realizzazione dei lavori, avrebbero dei tempi estremamente stretti per portare a conclusione le opere nel rispetto del termine ultimo di rendicontazione fissato per il 31 agosto 2026 (Regolamento RFF 2021/241).

Fig. 6 Giorni impiegati per la realizzazione delle infrastrutture sociali a titolarità degli enti locali per fase e ripartizione territoriale

Considerando la durata media della realizzazione delle infrastrutture sociali osservata per le diverse macro-aree, gli investimenti del PNRR in infrastrutture sociali nel Sud dovrebbero essere avviati al massimo entro fine ottobre 2022  per riuscire a chiudere il cantiere entro la conclusione del Piano (agosto 2026) . I tempi per le restanti macro-aree sono un po più diluiti: Maggio 2023 per il Centro e l’estate 2024 per le aree settentrionali.

Il PNRR delle imprese
Le difficoltà delle imprese del Sud nel recepire e sfruttare tutto il potenziale delle misure di politica industriale legate al 4.0 previste dal PNRR si scontra con vincoli fisiologici e patologici del sistema produttivo meridionale. Il «PNRR delle imprese» sembra anteporre l’obiettivo del consolidamento dell’esistente a quello della coesione.
La misura «dominante» del PNRR sono i crediti di imposta di Transizione 4.0. Circa il 20% delle risorse dovrebbe andare alle imprese del Sud, per ovvia conseguenza dell’allocazione delle risorse guidata dalla dinamica spontanea delle richieste delle imprese, che a sua volta riflette la distribuzione territoriale dei processi produttivi che più si prestano a innovazione e digitalizzazione. La priorità accordata alla coesione economica, sociale e territoriale dal PNRR, in tema di imprese e lavoro, andrebbe declinata nel contrasto alle tendenze divergenti tra strutture produttive regionali, definendo un mix di strumenti di politica industriale bilanciato tra consolidamento dell’esistente nelle aree forti, e ampliamento e riqualificazione della struttura produttiva delle aree in ritardo.
Il PNRR sconta la mancanza di una vera e chiara politica industriale. Interventi come le Zone economiche speciali, i contratti di sviluppo, i fondi per l’internazionalizzazione, gli accordi di innovazione non sono parte integrante di una strategia unitaria di politica industriale attiva. La debolezza degli interventi verticali e di filiera pregiudica anche l’opportunità di beneficiare della domanda aggiuntiva di beni e servizi avanzati incentivata dal Piano, alimentando importazioni piuttosto che un ampliamento dell’offerta nazionale che potrebbe trovare nelle aree del Mezzogiorno una possibile localizzazione strategica.
Potenziare e caratterizzare territorialmente le misure di politica industriale del PNRR, integrandoli in una strategia che ne precisi gli obiettivi (sostenibilità, qualità del lavoro) e le priorità settoriali, supporterebbe la capacità attrattiva del Mezzogiorno. Ne risulterebbe rafforzata la finalità di coesione del PNRR, e valorizzato il ruolo del Mezzogiorno nel riposizionamento del Paese nelle catene del valore che vanno riconfigurandosi dopo il doppio shock della pandemia e dell’invasione russa dell’Ucraina.