Anuar Arebi: video arte, fotografia e intelligenza artificiale come elementi di libertà

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in foto Anuar Arebi

L’occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte, in Italia e all’estero, avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Azzurra Immediato

La poliedricità è una caratteristica complessa da spiegare soprattutto per descrivere una persona, come nel caso di Anuar Arebi, ingegnere, compositore, fotografo, video maker, grafico, droner, marketing manager… mi fermo. Un’intervista e tre domande non bastano ad inquadrare la sua visione, sempre on going e sopra le righe, ora protagonista del progetto THE CURE, ideato da Alexander Larrarte a Corato, in Puglia, insieme con altri straordinari curatori ed artisti di fama internazionale, mentre intanto è nella nuova pubblicazione del catalogo ragionato de La Superficie Accidentata, rassegna di video arte curata da Gino D’Ugo e FourteenArt Tellaro. È per questo che vi affido, cari lettori, le sue parole, fatene buon uso.

Cosa sono per te la fotografia e la video arte? In che modo esse sono parte della grammatica dell’Intelligenza Artificiale, oggi?
Che domande complicate…così semplici all’apparenza, ma piene di trabocchetti. Parto con una affermazione apparentemente bizzarra ma, a mio parere, la “video-arte” non esiste. Tutto quello che precede la parola arte lo vedo come un artifizio, un po’ come dire la scalpello-arte, o il disegno-arte. Sembra una storpiatura, una sorta di forzatura neologistica mal riuscita. A me pare che “video-arte” sia accettabile solo per come suoni, ma non per quello che esprime. Io sono un musicista e, sinceramente, non mi verrebbe mai in mente di chiamare l’attività artistica di un musicista “suono-arte”. Eppure, non farebbe alcuna differenza con video-arte. Ecco, fatta questa premessa – capziosa, è vero – posso dire che per me la “video-arte” è un mezzo straordinario con il quale esprimermi in modo estremamente libero. È sicuramente una semplificazione, ma il concetto credo che arrivi chiaro e diretto. A differenza della fotografia, che è un altro linguaggio che uso ogni giorno sia artisticamente che professionalmente, con i video è possibile decidere il tempo, le sequenze, la timeline in un unico grande (o piccolo) progetto. Attraverso la sperimentazione e l’improvvisazione è possibile realizzare grandi opere ma, mentre molti medium permettono arrangiamenti “on the fly”, la realizzazione di un video, per quanto semplice, difficilmente può sottostare al paradigma dell’improvvisazione. Esistono comunque delle fasi (quasi) obbligate che non ti permetteranno di uscirne senza la necessaria preparazione. Pensiamo anche solo ad azioni quali l’esportazione, il montaggio e l’editing: in quel preciso momento ogni improvvisazione verrà contaminata. L’intelligenza artificiale fa parte del nostro quotidiano. Social network, riconoscimento facciale, manutenzioni predittive e, come è normale che sia, si sta facendo largo – ma non con spallate particolarmente violente – anche nel mondo dell’arte e, in particolare, proprio nelle espressioni più audaci della video-arte. C’è un grande fervore, soprattutto nelle videoinstallazioni immersive che, grazie alla realtà virtuale,permettono al fruitore di vivere in modo pieno l’opera. L’unico vero interrogativo si pone nei confronti della consapevolezza. L’esperienza è sicuramente coinvolgente, immersiva appunto, ma avremo, da spettatori, la piena consapevolezza di ciò che sta accadendo? Ammesso che un’opera d’arte abbia questo compito. Personalmente non la trovo così eccitante, ma alcuni lavori sono davvero pregevoli, se non altro per le incredibili dotazioni e conoscenze tecniche. Nell’arte supportata dai video (mi piace più chiamarla così) ci sono contraddizioni di varia natura. Troppo spesso la tecnologia non è un mezzo, ma il fine. Forse nemmeno ce ne rendiamo conto, ma soprattutto negli artisti più giovani e capaci, diciamolo pure, accade che il messaggio, seppur presente e importante, venga soffocato da un eccessivo perfezionismo tecnico e stilistico. Un’altra contraddizione della Video-Arte credo stia nella grande vivacità attuale del settore dettata dall’irrefrenabile crescita tecnologica contemporanea affiancata, tuttavia, alla difficoltà di commercializzazione delle opere. Un mercato che, eccezion fatta per pochissimi artisti, è ben poco entusiasmante. Un collezionismodavvero di nicchia e una seppur matura presenza sul mercato “giovane”, non la rendono certo la scelta più appetibile dei galleristi in un momento dove, si sa, è fondamentale fare cassa.

La tua carriera è costellata di esperienze multidisciplinari che, tuttavia, giungono ad un focus principe: comunicare. Che sia un messaggio personale o affidatoti da terzi, fai sì che tanto l’immagine quanto la parola o la musica siano in grado di unirsi con i sistemi informatici e digitali più avanzati per ottenere risultati che, poi, si pongono e propongono come riflessione ben più ampia; in che modo credi che l’Intelligenza Artificiale possa delineare un miglioramento nel solco dell’indagine esistenziale del nostro tempo e quanta ingegneria e quanta arte ci sono in questo missaggio continuo?

Uno dei pensieri più ovvi, almeno in questo momento in cui la conoscenza dell’intelligenza artificiale è più accademica che altro, è che il ricorso all’IA e agli algoritmi può (e in parte è certamente vero) produrre forme di omologazione ma, come suggerisce Lev Manovich, ottimo autore ed esperto di teoria dei nuovi media, può anche generare una pluralità di espressioni estetiche senza paragoni. Nonostante l’intelligenza artificiale, così come le tecnologie legate ai Big Data, come deep e machine learning, siano ambiti informatici legati in maniera indissolubile al mondo dell’elaborazione dei dati, dalla ricerca scientifica all’economia, abbiamo visto che, nel corso degli anni, questa tecnologia dal potenziale pressoché illimitato, abbia sconfinato in modo prepotente nella arti tutte. Ma, eccezion fatta per quel “misero” supporto che gli esseri umani chiamano “animo”, cos’è un’opera d’arte se non un insieme di dati? Scherzo! Credo che, almeno per un altro paio di secoli, avremo l’intelligenza artificiale a nostro servizio e non viceversa. La differenza la faranno le idee degli uomini. Non è facile individuare i criteri oggettivi per una valutazione (est)etica delle opere realizzate con l’ausilio dell’intelligenza artificiale o, addirittura, realizzate interamente dall’intelligenza artificiale. Come sempre accade sarà il tempo a dare il giudizio definitivo…forse. Comunque, per rispondere alla tua domanda, quanta ingegneria e quanta arte ci sono in questo missaggio continuo, tanta e per usare un termine a me caro, questo missaggio diventa un loop in continua crescita. Un incremento costante di strati ed elementi che si sovrappongono. Come avviene in una performance di live looping, dove l’artista aggiunge strati su strati intrecciando tessuti sonori, lo stesso avviene nel perpetuo missaggio del quale parli. Qual è il limite? Per ora è “solo fisico”. Fisico nel senso che, nonostante le capacità di calcolo e storage siano davvero spropositate, sono comunque limitate, nel tempo e nello spazio. Sinceramente non so se, nel breve termine, l’AI possa migliorare in modo sostanziale ricerca, originalità, idee, apertura. Riguardo operatività e produzione, è fondamentale sceverare la dicotomia fra massificazione e originalità: ci domandiamo lecitamente, l’AI livella e appiattisce il gusto dell’artista? Oppure è in grado di dar vita ad una nuovo archetipo di creatività? Credo, per quanto paradossale, che la risposta sia “sì” in entrambi i casi.Un esempio: Analisi realizzate sull’RS (il sistema dei video consigliati) di YouTube, mostrano come – a seconda degli algoritmi utilizzati – l’utente può essere condotto verso video che confermano il suo gusto, proponendo qualcosa di molto simile a ciò che sta visualizzando, oppure può essere accompagnato a fare esperienze nuove e diverse, a prendere visione di video che aprono nuove prospettive di contenuti e di forme visive. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che tutta la storia dell’arte – come sai meglio di me – è contrassegnata dal continuo confronto fra estetica imitativa, classicistica, accademica e un’estetica rivoluzionaria, pronta a mettere in discussione e, dove necessario, a distruggere i canoni, le regole e le “certezze” dell’artista stesso. Un altro aspetto interessante dell’AI, e poi mi taccio sull’argomento, riguarda non solo l’artista, ma anche la critica e la fruizione dell’arte stessa. L’intelligenza artificiale svolge un ruolo primario nella valutazione critico-estetica dell’esperienza artistica che, fino a qualche anno fa era esclusivamente ad appannaggio degli studiosi, di “esperti umani” ai quali era permesso tracciare analisi e sviluppi dei prodotti culturali, condizionando il gusto del pubblico. Oggi la sconfinata raccolta di dati culturali digitalizzati permette di affiancare a queste competenze umanistiche, sistemi di apprendimento e classificazione guidati da agenti intelligenti, unici in grado di muoversi all’interno dei già citati Big Data.

Tue opere video e fotografiche sono state protagoniste di rassegne e mostre internazionali, così come i processi di sviluppo informatico e manageriale che porti avanti con DOT-Net si spingono in una rete oltreconfine; a tali dinamiche affianchi la vena musicale, sia come musicista che come compositore… forse chiederti qual è il tuo prossimo progetto è piuttosto banale come domanda. Dunque, alla luce del 2020 e dei suoi stravolgimenti, i prossimi progetti che porterai avanti continueranno a fondere linguaggi eterogenei?
Sicuramente sì, per formazione ma anche, lo ammetto, per abitudine. Da qualche anno a questa parte la pluralità di competenze introdotte per “fare cose” è definita multi-potenzialità. Mi piace molto come termine, ha sdoganato noi casinisti, dandoci una connotazione molto più elegante e pregiata. “Faccendiere” non era molto bello, ma multipotenziale… vuoi mettere? Ho in cantiere diversi progetti che spero, almeno in parte, di portare a termine entro la fine di questo 2021. Iniziamo con due lavori musicali, molto diversi tra loro e che condividono solamente il mio project studio per la produzione, ma per il resto nulla. Un lavoro, in particolare, sarà di musica totalmente elettronica, con il supporto di una cantante. In questo lavoro fonderò la tradizione di alcuni strumenti analogici come synth e modulatori, con un massiccio uso di strumenti virtuali e un particolare algoritmo di Intelligenza Artificiale che si occuperà di modulare alcuni inviluppi sonori. Non entro troppo nel dettaglio tecnico, diciamo solo che questo algoritmo si occuperà di gestire alcune frequenze, in particolare aperture e chiusure di alcuni parametri, cambiando “a suo gusto” lo spettro di equalizzazione delle performance in base al loro mix e alla loro convivenza all’interno del brano. Sceglierà lui per me in base alla sua “esperienza” sonora e alle sue capacità di ascolto e calcolo. Una vera rivoluzione per il mio modo di concepire la musica dove, almeno fino ad oggi, il controllo era completamente nelle mie mani e nella mia testa. Ho un altro progetto nel cassetto, da molto tempo, un verticale di pura video-arte dedicato all’industria: dall’archeologia al contemporaneo. Il focus di questo lavoro sarà il tempo, in particolare il continuum temporale che aggredisce le strutture, ma che accompagnerà (speriamo) lo spettatore in un viaggio fatto di storia e memoria. Sono sincero, non vedo l’ora di vederlo, anche perché non ho idea di cosa effettivamente salterà fuori nella sua costruzione finale. Io ho sempre una certa idea in testa ma, come spesso accade, è il progetto che ti porta dove vuole, senza che tu nemmeno te ne accorga. Infine, ma non certo meno importante, sono in procinto di iniziare la stesura di un libro sulla “fascinazione urbana”. Un libro non solo fotografico estetico ed estetizzante, ma anche un viaggio tra racconti, parole e pensieri. Una sorta di diario aperto dove il lettore non si limiterà a sognare, ma si ritroverà a pianificare il suo viaggio personale. In questo splendido “viaggio tra le città” non sarò solo ma non posso svelare altro…

Nell’incontenibile flusso di coscienza e di idee, che è parte stessa del genius di Anuar Arebi, ogni altra parola appare superflua, tale, però, da destare infinita curiosità per il futuro, a partire da oggi.

in foto: Anuar Arebi, still video frame da Cercate l’incanto dove c’è tormento, 2019, courtesy l’artista
in foto: Anuar Arebi, dal progetto La Città Muta
in foto: Anuar Arebi, dal progetto La Città Muta