Archeologia, a Napoli prima mostra di arte precolombiana del Sud Italia

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E’ la prima volta che in un museo del Sud ospita una mostra completa di arte precolombiana. E accade a Napoli, al Museo Archeologico Nazionale, grazie alla Fondazione Giuliano Ligabue, che porta da oggi e fino al 30 ottobre prossimo una esposizione di 200 pezzi della raccolta dell’archeologo e paleontologo omonimo scomparso nel 2015 durante la sua lunga carriera. “Il mondo che non c’era” offre uno spaccato delle culture mesoamericane dai Maya a quella di Veracruz, tra Messico e Guatemala, nonche’ andine, come quella degli Inca. Uno spaccato che viene fuori dal collezionismo appassionato di un uomo, cominciato 50 anni fa con una maschera che proveniva da una citta’ del Messico che nel 600 dopo Cristo avanzava gia’ 200mila abitanti e continuata ancora oggi dal figlio Inti. Gli oggetti destinati ad abbellire la vita della nobilta’ o a servire una religione, se oggi li possediamo, come sottolinea Jaques Blazy, curatore della mostra, “si deve alla fioritura delle grandi collezioni europee rinascimentali. I Medici, signori di Firenze, furono pionieri di questa mania della collezione e gia’ alla meta’ del XVI secolo comprendevano nelle loro oggetti di provenienza messicana. Fino al secolo XIX l’Europa ignoro’ quasi del tutto i popoli vissuti prima dell’arrivo degli spagnoli nei territori del Mesoamerica e dell’America del Sud. Dunque la scoperta del Nuovo Mondo, spiega Blazy, si puo’ considerare “una avventura contemporanea”. “Ho preso da mio padre Giancarlo – dice Inti Ligabue -quanto sia esaltante il percorso di raccogliere le testimonianze di questi popoli rimasti senza voce. Popoli dei quali si diventa poeti narranti”. In qualche modo la mostra napoletana, seconda tappa di un allestimento dopo quelle di Firenze e Rovereto, consente di riflettere anche sul ruolo cruciale avuto dalla Spagna, attraverso la sua espansione nel nuovo mondo, per l’economia e la ripresa culturale dell’Europa. Proprio a Napoli infatti la mediazione della corte spagnola portera’ nella tradizione alimentare alcuni alimenti come cacao, pomodori e patate che oggi sono la base dei piatti tipici. Dalle rarissime maschere in pietra di Teotihucan, la piu’ grande citta’ del Mesoamerica, ai vasi Maya d’epoca classica, alle statuette antropomorfe della cultura olmeca, alle sculture mezcala, a ori e tessuti, la collezione Ligabue esposta e’ ampia e articolata raccontando anche i debiti in termini di progresso economico che il mondo antico ha rispetto quello nuovo.
Tra i reperti piu’ interessanti, quelli che si riferiscono al gioco con il pallone, raffigurazioni su vasi di giocatori in tenuta comprensiva del cinturone e delle ginocchiere che servivano a parare i colpi della pesante palla di gomma ottenuta dalla linfa dell’omonimo albero fino alle riproduzioni in pietra delle cinture trofeo che vincevano al termine della partita e che probabilmente gli stessi giocatori portavano in cerimonie connesse alle partite. Quella sfera di materiale misterioso arrivo’ anche alla corte di Carlo V per stupire gli europei quando vi si esibirono dei giocatori Aztechi condotti da Cortes. Anche Carlo III di Borbone, che fu sovrano di Napoli prima ancora di essere sovrano di Spagna con il nome di Carlo VII, diede un contributo importante alla archeologia precolombiana, cosi’ come l’aveva dato a quella classica, facendo i primi scavi a Pompei ed Ercolano; a lui infatti si deve l’indagine il sito di Palenque, un complesso non a caso definito la Pompei dei Maya, oggetto di una spedizione alla quale partecipo’ Antonio Bernasconi, allievo di Luigi Vanvitelli, insieme ad alcuni di coloro che avevano effettuato i primi scavi a Pompei Ercolano.