Archeologia, dallo studio alla preoccupazione per i reperti all’estero: la quarantena a Paestum e Pompei

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Tra lavoro agile e la necessaria manutenzione, ecco come stanno passando questi giorni di quarantena in alcuni parchi archeologici della Campania. A Paestum Gabriel Zuchtriegel guida una squadra di 80 persone. Tutte in smart working, fatta eccezione per gli addetti alla sorveglianza e alla manutenzione. Spazio allo studio, alla ricerca, alla messa a punto dei dati arrivati dagli ultimi scavi, alle pubblicazioni, alla comunicazione di contenuti online. Ma non solo: “abbiamo pensato che fosse giusto usare questo tempo per la condivisione tra noi delle competenze e delle conoscenze”, spiega il quarantenne archeologo tedesco. E così ognuno si è messo ad insegnare agli altri le cose in cui si è perfezionato o ha scoperto in questi anni, dalla accessibilità per il pubblico con disabilità, alle tecniche di comunicazione, dai fondamenti dell’archeologia alle ultime teorie sui ritrovamenti. “Così, quando finalmente si riaprirà saremo tutti più preparati”.
Diverso l’esempio di Pompei, bellissima e struggente nelle cartoline postate in questi giorni dal direttore Massimo Osanna: qui, dove si era appena festeggiata la conclusione del Grande progetto di restauro, sono rimasti solo gli addetti alla guardiania e una squadra per la manutenzione. Tutti gli altri lavorano da casa: “Stiamo mandando avanti le procedure burocratiche in modo da essere pronti per quando usciremo dall’emergenza”, spiega Osanna. Di fatto un gran da fare per tutti, dalle gare alle pubblicazioni, dalla sistematizzazione dei dati raccolti nelle campagne di scavo ai progetti esecutivi per la protezione delle domus riportate alla luce nei mesi scorsi. Anche qui il peso economico dello stop sarà violento (“l’incasso medio annuo era di 40 milioni di euro, quest’anno potremo non superare i 10 milioni”) e non manca la preoccupazione per i reperti rimasti bloccati all’estero. Uno per tutti, lo straordinario “tesoro della fattucchiera”, tra le sorprese più belle dell’ultima campagna di scavi: i parigini si erano prenotati a frotte per ammirarlo in una mostra che avrebbe dovuto aprire il 23 marzo. Spediti in Francia per tempo, pietre e amuleti giacciono ora nel caveau del Gran Palais. Di nuovo al buio, com’è stato per tanti secoli.