Archeologia, nel Salento riemerge il porto sommerso dell’antica Lupiae

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Continua a riemergere dal mare la storia sommersa del Salento. L’Adriatico conserva nei suoi fondali tesori ancora da scoprire, testimoni dell’ingegno di popoli che un tempo pianificavano le loro città con fortificazioni, monumenti, porti e strade. Costruzioni che sembrano cancellate dai secoli ma le cui tracce sono ancora conservate tra sabbia e acqua salata. Recenti ricerche archeologiche condotte dal Dipartimento di Beni culturali dell’Università del Salento hanno riportato in luce un antico molo lungo il tratto di costa tra San Cataldo e Le Cesine: un ritrovamento che restituisce un disegno nuovo dell’antico scalo portuale di Lupiae. La scoperta è avvenuta durante le ultime campagne di ricognizione (2020-2021) condotte sia su terra che sott’acqua, con uso di varie metodologie e tecnologie (drone, ROV, georadar, fotogrammetria e altro), e dirette da Rita Auriemma, docente a UniSalento di Archeologia subacquea.

I resti lasciano ipotizzare che al margine dell’area umida dell’oasi naturale gestita dal WWF, nell’area dell’edificio idrovoro della Riforma agraria, in località “Posto San Giovanni”, sorgesse un porto che aveva una sua importanza tra la fine dell’età repubblicana e la prima età imperiale. E che solo successivamente sia stato costruito, più a nord, a San Cataldo il Porto di Adriano.

A raccontare una “nuova storia” sono diversi elementi emersi durante gli ultimi studi, approfondendo così le evidenze indagate sino agli anni Novanta. In quella posizione erano stati già documentati allineamenti murari connessi a depositi di età romana tardorepubblicana: una struttura nota come “Chiesa sommersa”, una serie di vasche scavate nella roccia, e un’altra sempre immersa nel mare, posizionata più a sud.

La cosiddetta “Chiesa sommersa”, che si trova a 150 metri dalla riva, su uno sperone roccioso che si erge su un fondale di circa 5 metri, mostra una struttura intagliata nel banco roccioso, ma conserva anche resti di muri realizzati in conglomerato cementizio. La pianta, rettangolare, si articola in tre grandi ambienti, anch’essi rettangolari e in parte lacunosi per effetto dell’azione erosiva del mare, che oggi hanno il fondo a -1/-1.5 metri di profondità. Anche la seconda struttura è costituita da allineamenti, paralleli e perpendicolari tra loro, di blocchi in calcarenite locale che si trovano a una profondità media di -3.5 metri e occupano, per quanto visibile, un’area rettangolare di 24×30 metri, che potrebbe però estendersi molto di più, poiché alcuni filari di blocchi sembrano continuare sotto un notevole apporto sabbioso.

Sia la posizione sia le caratteristiche tipologiche e tecniche di entrambe le strutture mostrano un’evidente affinità con l’imponente fondazione di un molo scoperta nel 2020 nel corso delle ricerche dirette da Rita Auriemma. Quest’opera si trova a 15 metri circa dalla costa, in corrispondenza della verosimile riva antica, sotto il livello del mare: i blocchi alla radice sono alla profondità di meno di un metro, mentre quelli in testata raggiungono i -3.5 metri. La struttura è delimitata da due allineamenti paralleli di grossi blocchi parallelepipedi che costituiscono le due cortine esterne del molo, per una larghezza complessiva di circa 8 e una lunghezza di almeno 90 metri, per quanto visibile al momento delle indagini.

Il corpo della fondazione è realizzato con linee affiancate di blocchi paralleli che si susseguono e nel tratto più esterno, corrispondente agli ultimi 25 metri, due file giustapposte di blocchi creano una specie di “spina” centrale, con lo stesso orientamento di quello generale dell’opera muraria. In alcuni punti si conservano anche due o più filari sovrapposti, ma la forza disgregatrice del moto ondoso appare evidente, data l’ampia dispersione dei blocchi in crollo presenti all’esterno di entrambi i paramenti.

La tecnica di costruzione del molo sembra essere quella tipica delle strutture di approdo dell’Adriatico e di altre aree del Mediterraneo, soprattutto orientale, realizzate in opera a cassone o a vespaio, con paramenti in opera quadrata in filari sovrapposti di grossi blocchi parallelepipedi in calcarenite locale, solitamente contenenti un nucleo di pietrame vario, talvolta rinforzato con setti interni per la distribuzione delle spinte. Una particolarità è la presenza di grandi blocchi parallelepipedi con un lato sagomato a cilindro che si susseguono a intervalli piuttosto regolari, si ipotizza avessero la funzione di bitte, oramai evidentemente in crollo.

Sulla base degli elementi finora noti, è possibile ipotizzare che anche il molo di Posto San Giovanni – Le Cesine possa riferirsi al sistema a cassone lapideo con riempimento di inerti, sebbene abbia anche una fondazione in opera quadrata “piena”, che costituisce la base di un possibile riempimento e di eventuali altri setti trasversali spazzati via dal mare. Non è da escludere, comunque, che la struttura afferisca alla tecnica edilizia che caratterizza il grande molo di Adriano che si trova a nord dell’ampia baia di San Cataldo, a cui lo avvicina l’imponente sviluppo.

Altro elemento particolarmente interessante è la presenza di blocchi lavorati e di canalette, soprattutto perché la loro posizione rivela chiaramente una pertinenza strutturale al molo di Posto San Giovanni. Insieme alle altre strutture sopra ricordate, pertanto, la presenza di questo grande molo configura un complesso portuale importante, la cui articolazione complessiva è ancora da precisare, per approfondire la conoscenza della quale sarà necessario un intervento dedicato. Sono ancora molte le affascinanti ipotesi da verificare, suggestioni da confermare e domande a cui dare delle risposte. Ma la ricerca non si ferma, si aspettano nuove indagini per aggiungere nuovi tasselli alla storia antica del Salento.

Anche di queste scoperte si parlerà dal 3 al 5 giugno 2022, tra Lecce e Porto Cesareo, nel corso dell’evento finale di UnderwaterMuse – Immersive Underwater Museum experience for a wider inclusion.