Arte, al Mann Pecci e i frammenti di due eterne capitali

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di Fiorella Franchini

Il Mann conferma il suo orientamento “a ricollegare il passato ed il presente, infrangendo le barriere temporali per affermare l’universalità delle espressioni della Cultura”, come ha sottolineato il Direttore Paolo Giulierini, ospitando dal 6 aprile al 7 maggio la personale di Guido Pecci in collaborazione con la galleria Honos Art di Roma. Di Roma, di Napoli e d’altre cose sparse, a cura di Marco De Gemmis e Loredana Rea presenta i più recenti lavori dell’artista formatosi a Roma con, alle spalle, diverse mostre: “Pink like a chewingum”, galleria “Federico Rui Arte Contemporanea” – Milano; “Don’t Forget me”, galleria “Romberg Arte Contemporanea” – Roma; “Painting kills the mural stars”, galleria “Franco Riccardo Arti Visive” – Napoli, e partecipazioni a rassegne e collettive in spazi pubblici e privati a Bruxelles, Madrid”, Lisbona, Cracovia, Valencia.
L’esposizione è la narrazione del personale legame di Pecci con la tradizione. Il suo sguardo si volge al mondo antico rintracciato tra le memorie e le atmosfere di due eterne capitali. Roma e Napoli con le loro sovrapposizioni storiche, le contraddizioni e la modernità sofferta più che accettata, diventano il territorio di una creazione artistica atemporale e misteriosa. Le quotidiane tracce di antichità vengono decomposte e rielaborate e da quei frammenti, spesso irriconoscibili, Guido Pecci fa riaffiorare poesia e significati nuovi e l’intento di sottrarre all’oblio memorie della nostra storia e della nostra coscienza.
La mostra comprende tele e carte di dimensioni differenti e frammenti di argilla, ”cose sparse”, piccole sculture che affiancano dipinti “densi”, testimonianza di una ricerca espressiva complessa e continua, “ un insopprimibile bisogno di erranza che si nutre di suggestioni diverse: dalla poesia alla musica, dal cinema al proprio vissuto quotidiano”. Un gioco di forme, mai univoche, di colori, il nero, il grigio e il rosa antico svaporati in sfumature accattivanti, di materiali mai convenzionali.
Nessun postumo in Pecci di quella “malattia storica” teorizzata da Nietzsche che impedisce di creare nuova storia e nuova arte, appesantiti dalla tradizione, o esasperati dai limiti formali e di contenuto, bensì una creatività reattiva che con ironia e sapienza, sa rendersi indipendente e sa utilizzare per nuovi fini ciò che il passato ci ha tramandato.
Le forme d’arte di Guido Pecci sembrano aver completamente superato la distinzione tra materiali propriamente artistici e non. Il rapporto alla tradizione si configura come un ripensamento e una rielaborazione proprio dei linguaggi artistici tradizionali, senza eludere la possibilità creativa della contaminazione. In questo senso le sue opere sembrano collocarsi al crocevia di esperienze esistenziali, sociali e culturali concomitanti: ogni sperimentazione viene così a far parte di un patrimonio creativo cui è possibile attingere continuamente in un lavoro di creazione e interpretazione dalle molteplici e infinite possibilità, uno stimolo visivo e intellettuale che libera, ameno per un momento, dal peso della realtà e ci mostra altri orizzonti.