Arte, al Pan di Napoli è di scena “Cosmic Bullets” di Nicola Rivelli

209

L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte, in Italia e all’estero, avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

Il progetto espositivo raccoglie tutta la produzione di vasi e loro frammenti in ceramica o bronzo dorati dell’autore, disposti negli spazi di tre sale del secondo piano del museo PAN – Palazzo delle Arti di Napoli dal 22 giugno al 15 luglio 2021.

di Carla Travierso

La scultura del vuoto di Nicola Rivelli “L’uomo non è fitto” ( E. Bloch) Il lavoro espressivo di Nicola Rivelli muove dall’idea di rappresentare la parte non rappresentabile dell’uomo, la sua opera è pura drammaturgia, un percorso esperienziale teso a dare presenza all’assenza, inseguendo le tracce di mali “invisibili”, ma che lasciano un segno indelebile nell’animo umano. I “Cosmic Bullets” sono questo: un dolore ci trapassa, ci ferisce e dopo non resta nient’altro che un’immagine, derivante dal vuoto, la verità dell’anima, l’essenza dell’inconscio, i sentimenti, ovvero il vuoto sottratto al pieno. L ‘artista attribuisce allo spirito l’immagine di “vuoto”, quasi a definirne la natura inconoscibile ed intangibile, che da sempre gli appartiene ma che, nello stesso tempo, è esistenziale, perché dipende totalmente da ciò che manca. E’ un percorso illuminante e profondo, del resto cosa sarebbe la vita senza il dolore? Stordito dalle ferite provocate dai mali, l’uomo comincia a interrogarsi. Comprende che la vita non è senza affanni, il giorno non è senza la notte, il pieno non è senza il vuoto, capisce che il dolore e l’angoscia appartengono a uno stato di vita e sono quindi inconciliabili con lo stato di morte. L’opera che ne risulta è data dal conflitto tra materia e spirito, non c’è l’uno senza l’altro, indivisibili, necessari, inevitabili, eppure così profondamente diversi, opposti, l’uno l’estremo dell’altro. Il contrapporsi, dunque, tra pieno e vuoto rende unico l’incontro tra i due, incontro apparentemente impossibile eppure così armonico e assolutamente reale. Da questa congiunzione potrà finalmente emergere una diversa percezione del nostro animo. E il dolore, che crea un vuoto, completa l’esperienza dell’essere vivi.

Un vuoto, dunque, che racchiude il tutto, che trattiene in sé il possibile, il potenziale realizzabile. Il vuoto è coincidente con il tutto é la libertà del tutto, è lo spazio della possibilità. Un vuoto reale, in quanto assenza scatenante, che libera la verità. La scultura viene annullata, la bellezza alterata, liberata dal peso di se stessa, mentre, nello stesso tempo, ci libera dal peso di noi stessi. Il vuoto dell’anima non è pura desolazione, è un vuoto che accoglie nuove sensazioni e nuove idee, nuova esistenza, nuovi rapporti umani. Ciò che non c’è è straordinariamente (crudelmente) presente, pieno. è questa pienezza dell’assenza, questo vuoto pieno di vuoto, che è pieno. Il vuoto ci viene addosso, paradossalmente, togliendo ci offre. Il vuoto è l’attrattore, la forza, la pienezza insensata del nulla. Si configura, ineluttabilmente, uno spazio della sottrazione, che nello stesso tempo occupa un pieno. Ed è prima che il vuoto ci schiacci e ci risucchi dentro, che nell’uomo scatta l’azione, la resistenza a vivere, sebbene i mali continuino ad agire quali elementi mortiferi. Ed è in questo scontro tra l’azione e il vuoto che succede qualcosa: una rinascita dell’animo. Si annuncia una nuova consapevolezza, sgorga nuova energia vitale. Il risultato è stupefacente, l’artista riesce a trasmettere emozioni invisibili, trasformandole in percezioni scultoree, che si offrono alla sensibilità dell’osservatore. L’opera genera in noi sentimenti e la verità diviene la vera bellezza; riconosciamo questi vuoti come spazi nei quali penetrare, dimensioni in cui immergerci, perché è lì che c’è la vita ed è lì che si colloca l’uomo. “Cosmic Bullets” sono a/figurazioni del reale, forme del vuoto, cioè antifigure, antiforme; immagini contraddette, negazioni, nella perfezione di continuità data dalla stessa forza della loro negazione, immagini che si danno e si negano, nello stesso istante, dove la loro forza è quella di essere contemporaneamente immagine e antimmagine. Lo spazio è questo limite, è una unità compressa, è la realtà. In questo senso l’opera di Rivelli è grandiosa, rappresenta la verità e non la denuncia della mancata verità, è un passaggio dal conscio all’inconscio, dal soggetto alla sua perdita. Ma, nonostante questo, non conduce ad una astrazione, ad una perdita di realtà, ma ci guida verso la sua riaffermazione, dopo la catarsi, generatasi nell’esperienza del dolore. L’artista in concreto ci esorta a smetterla di occultare i sentimenti. Ci spinge a spogliarci degli abiti consunti di banalità edonistica, di abbandonare l’ordinaria negazione della sofferenza. A che serve non mettere a nudo l’animo lacerato dalle esperienze, continuando a riempire le menti e i corpi di una falsa quiete sensoriale, che ci rende quasi atarassici? E’ dunque una liberazione dell’animo, che ritorna a comunicare con il mondo, che è pronta nuovamente ad accogliere altro pathos. Ecco il senso del vuoto: prima di ottenere la rivelazione della nostra natura profonda, dobbiamo compiere tormentati percorsi, attraverso esperienze dell’animo, che danno nuova forma all’espressione di ciò che siamo.

E’ proprio ciò che resta, dopo aver subito un’esperienza, che rappresenta le verità di quello che siamo. Se Fontana, con i suoi fendenti, ha creato l’idea di concetto spaziale, dando un taglio netto al passato, Rivelli con i suoi “Cosmic Bullets”, con la stessa metodicità, crea un’opera nella quale i segni visivi sono proprio i vuoti, la scultura comincia lì dove la sua mano nega, sottrae, dove il vuoto spacca la forma, diventando sostanza distorsiva, che fluisce, che si de-forma, illimitatamente. Rivelli giunge così ad una completa autonomia artistica, avvicinandosi ad un’espressione in un certo senso astratta, ma peculiarmente imperniata, attraverso una connessione inestricabile, sulla cultura orientale, dove gli opposti, come il pieno e il vuoto, hanno lo stesso valore. Un territorio concettuale dove quell’assenza, prodotta da una lacerazione inevitabile, quell’incolmabile spazio interiore, insomma, l’esperienza del vuoto, diviene esercizio spirituale e lascia il campo a un fenomeno del tutto simile all’incontro con il divino. Si tratta di creare una cavità, un foro, un “cunicolo”, uno spazio vuoto dentro il sé, per lasciare che ci invada l’esperienza trascendente. Il contenuto esiste perché ci sia un contenitore, il contenitore esiste per accogliere un contenuto. Nell’opera di Rivelli questi due opposti sono sempre presenti, come in natura sempre coesistono il bene ed il male, il giorno e la notte, il rumore ed il silenzio, la morte e la vita. L’intenzione dello scultore è quella di dedicarsi all’anima dell’uomo, per lui intangibile, impossibile da rappresentare attraverso l’uso della materia, ma che si può evocare attraverso l’elemento del “vuoto”. Educare al vuoto diventa una priorità fondamentale, il compito primo cui deve adempiere l’artista. Ma l’anima è anche pienezza. Nasce e cresce nel vuoto e riempie immediatamente questa “forma” di una peculiare presenza di spirito e di vita; è una nuova sostanza, che sostituisce la vacuità di una supposta pienezza, ingenuamente definita dalla negazione del dolore, nella vita dell’uomo. E’ l’emergenza di un nuovo carattere, che (in)sorge dopo aver dolorosamente esperito gli affanni della vita. Si compie “amor vacui” e non c’è più paura del nulla, perché si è raggiunta la consapevolezza che la parte intangibile dell’uomo è eterna.