Arte carte ed ex voto, il fascino della storia nelle opere di Peppe Leone

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Sabato 17 dicembre Paolo Bowinkel alla Galleria d’Arte di via Calabritto 1 dedicherà, dalle 10:00 fino a sera, una giornata all’artista Giuseppe Leone con un’esposizione dedicata al ciclo degli Ex voto. Le opere di Leone utilizzano l’antico manoscritto, documenti notarili del XIX secolo acquistati negli anni ’70 da un rigattiere, su cui sono applicati ex voto suscepto, ovvero quelle rappresentazioni assai diffuse nella cultura popolare che sanciscono il ringraziamento per una promessa di guarigione mantenuta. 
 
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E’ con questo momento artistico profondamente ironico che con Giuseppe Leone il documento scritto approda in una dimensione altra, quella che si apre alle sovrastrutture del pensiero e all’andirivieni di concetti. Il tutto trascinato in un’atmosfera che vuole essere gioco, dove la pittura sa prendersi sul serio, ma fino ad un certo punto, lasciando libero il fruitore di respirare, sorridere, concedersi un momento di sorniona godibilità rispetto all’opera. Cos’è l’ex voto se non un oggetto offerto in dono alla divinità, alla Vergine o ad un santo nel caso della Cristianità,  per grazia ricevuta e adempimento di una promessa? Generalmente segna il termine di un percorso doloroso, richiamando nelle forme quelle parti anatomiche guarite e miracolate da entità extraumane. 
Non stupisce allora l’uso che qui ne fa l’artista, ampliando nel significato e nel gioco dei rimandi la parte del corpo raffigurata. Leone, che per la sua attenzione verso l’attualità può essere definito un cronista, sembra disegnare una parabola di vicende strettamente legate ai fatti di cronaca, come nel caso di Fortuna – L’orco non c’è più, o aderenti alla cultura pop contemporanea. 
E’ come se si prestasse da filtro ad un processo di metabolizzazione di vicissitudini o contesti capitali, stemperandoli con una voce sempre ironica e a tratti irriverente. Giuseppe Leone procede con passo sicuro e senza paura anche tra argomenti spinosi o, per i più, quasi intoccabili così trasformando Pulcinella, maschera quasi svuotata per quanto inflazionata e ridotta a caricatura della napoletanità, in un enorme fallo stilizzato (L’eredità di Pulcinella). O ancora converte uno dei più diffusi ex voto, la gamba graziata, nella gamba “magica” di Maradona, el pibe de oro non a caso. Insiste così su quel concetto di santità e misticismo legato all’elemento votum, ironizzando sulla trasfigurazione del numero dieci per antonomasia in santo, eroe popolare, di cui a  Napoli si conservano reliquie, per cui si innalzano altarini, a cui si fa voto (L’eredità del numero 10).
 
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E il gioco è sottile anche in opere come Ti dono il mio cuore, dove un cuore sacro campeggia sulla siluette di un profilo, o Cieco contratto in cui da un occhio ferito sgorga sangue magmatico. Ma, scendendo in un livello concettuale più profondo, Leone ricorda che così come l’ex voto è un contratto, sancito tra l’uomo afflitto e la divinità dispensatrice di miracoli, è un contratto anche la scrittura. Certo si tratta qui di  patti stipulati dagli uomini e che trovano validità formale nel verbo scritto, seguendo l’antico adagio del verba volant, scripta manent. L’artista non è nuovo all’utilizzo di objet trouvé così come di antichi manoscritti e documenti, anzi già dai tempi de Il ciclo di Esther ne aveva mostrato un interesse fecondo fungendo da traghettatore di microcosmi verso i lidi più ampi dell’arte. Va considerato inoltre che la scrittura, che sia quella afona da lui inventata o quella dell’antico documento, è un elemento chiave dell’operato di Giuseppe Leone che spesso in maniera trasversale, la trasfigura nei significati per trasformarla in fondamento strutturale delle sue opere. 
La scrittura diventa insomma una leva, o una molla, per attingere ad altro, non restando ingabbiata nel recinto semantico del singolo lemma, della singola frase. Del resto Leone aveva ben esplorato tutte le possibilità che la parola ha da offrire: ne conosce bene il valore estetico quando la si riduce a tratto così come i cambiamenti di messa a fuoco quando la si stravolge nei significati, quando la si piega e modifica. E’ con la collaborazione con Luciano Caruso e con l’approdo alla poesia visiva che arriva a quella comprensione lucida delle potenzialità dello scritto. 
Oggi ce ne offre un esempio nella giornata che la Galleria d’Arte Polo Bowinkel a lui dedica suggerendoci come l’arte sia sempre in grado di offrire non solo una lettura differente e originale della contemporaneità, ma soprattutto un’apertura verso un’estetica parlante. Forse anche l’arte è un contratto, un patto tra l’uomo e la purezza del pensiero, un ex voto che sancisce la promessa, la grazia ricevuta.