Arte, “Sagome, storie di artiste ignorate”: Viterbo rende omaggio alle donne

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di Fiorella Franchini

Donna e Arte, un binomio che per secoli ha evocato un’iconografia di bellezza e di grazia femminile, di senso materno, relegando il modello ad un ruolo statico, oggetto di desiderio o di sublimazione, o di semplice esecutrice di lavori manuali, tessitrice, ricamatrice, oscurandone l’aspetto interiore, l’estro creativo e la fantasia. Donne artiste ce ne sono state tante; già Plinio il Vecchio faceva riferimento nomi di pittrici greche: Timarete, Kalypso, Aristarete, Iaia e Olympas, e poi tutti ricordiamo Artemisia Gentileschi, ma troppe sono rimaste sconosciute o non hanno ottenuto il riconoscimento che meritavano al pari dei colleghi uomini.

Le Sagome di Rosanna Borzelli, in esposizione allo Spazio Pensilina di Viterbo fino al 15 settembre raccontano la storia di alcune di quelle che sono state escluse, dimenticate, abbandonate. Sagome, storie di artiste ignorate” è il titolo della mostra promossa e organizzata da Giuseppina Del Signore, presidente dell’Associazione ProgettArte3D, in collaborazione con Promotuscia e con il patrocinio del Comune di Viterbo. Rossana Borzelli vive e lavora a Manziana in provincia di Roma erede delle solide tradizioni artistiche di suo nonno Umberto, ebanista e poeta, e di suo padre Cesare. Ha studiato arte con Leonardo Aprea a Napoli e con Giovanni Crisostomo a Roma e realizza opere spesso di grandi dimensioni, quadri e scenografie, dipinti ad olio su svariati supporti, dalla tela al legno e al ferro. Numerose le sue esposizioni in Italia, in Francia, Belgio, Finlandia, Germania.

Rosanna, questa mostra è una creazione artistica, ma anche una ricerca documentale. Cosa c’è alla base di questo progetto?

Sono donne che hanno cercato di scardinare il loro tempo con la forza dirompente e creativa dell’arte: donne che non potevano far a meno di urlare la loro anima, dando voce all’anima collettiva femminile, da sempre assoggettata ad una società declinata e dominata al maschile. Presento questo progetto introducendolo con il frammento di una vecchia porta piena di catenacci: è la porta di un carcere, ma potrebbe essere anche quella di un manicomio. Su questo frammento ho scritto alcune date, antiche e recenti; sono limiti non solo temporali, sono limiti esistenziali, sono la porta dell’oltre: la soglia oltre la quale non si è riuscite a vivere la vita in modo “normale”, perché il progetto parla di donne oltre gli schemi e i paradigmi della cosiddetta normalità, donne oltre l’ordinario. Ho realizzato i loro ritratti su grandi lastre di ferro, perché la lamiera di ferro è essa stessa parte del messaggio, un substrato che trasmette l’impatto di una storia tagliente, dura, combattuta. Tuttavia, l’inizio del percorso ideale in questo scenario di sagome metalliche avviene attraverso un’ulteriore porta, la porta dedicata a Camille Claudel, che ha per me una valenza speciale. Infatti il progetto ha preso vita nel momento in cui mi sono fatta coinvolgere dalla vita di Camille, la prima delle artiste che ho ritratto.

Sedici opere in ferro dipinto sagomato, alte 2,50 metri, raffiguranti artiste di epoche diverse che hanno in comune la caratteristica di essere state trascurate e ignorate. Un riflettore che si accende su vite apparentemente diverse ma legate da un destino comune: intelligenza, talento, solitudine.

Quali sono queste artiste?

In questo allestimento ho portato una ventina di sagome di artiste che sono state anche donne eroiche, innovatrici coraggiose che hanno espresso uno straordinario talento, mai supportato dalla gloria riservata ai loro contemporanei colleghi uomini. A parte Artemisia Gentileschi, sono ritratti di donne dell’ottocento e del novecento: scrittrici, pittrici, fotografe, poetesse, scultrici e molto altro, ma non tutte sono note al grande pubblico, proprio perché la loro vita è stata per molti aspetti una lotta controcorrente e la società non le ha certo accolte a braccia aperte. Una vita sofferta, dolorosa, difficile, che talvolta le ha spinte ai margini della follia, le ha confinate ai margini della società o addirittura le ha condotte a una fina precoce.

Artemisia è una delle più famose: non poteva mancare perché è diventata un simbolo della potenza artistica misconosciuta e della forza interiore femminile (la prima donna ad affrontare un processo per stupro) in grado di resistere perfino alla tortura per affermare la propria verità.

Dopo quella di Camille Claudel mi sono immersa nella lettura di altre biografie di artiste, trovando sorprendenti similitudini tra le loro vite: la fatica nell’emergere, nel persistere nel loro lavoro e soprattutto la dolorosa alienazione sperimentata nei rapporti affettivi, nei frequenti casi in cui diventavano compagne o amanti di artisti. Indipendentemente dal fatto che questi artisti fossero famosi o meno, queste relazioni in molti casi le hanno indotte a sviluppare atteggiamenti autolesionisti, nell’impossibilità di sostenere a lungo un rapporto affettivo o di stima con gli uomini da loro amati. Per alcune di loro, il destino finale è stato l’internamento. E’ accaduto.

Il progetto ha una dimensione corale, come se dialogassero tra loro la scultrice francese Camille Claudel, la scrittrice e pittrice inglese Leonora Carrington, la pittrice messicana Frida Kahlo, la fotografa e poetessa francese Dora Maar, La fotografa Inglese Margaret Cameron, la poetessa e scrittrice Catherin Pozzi, la fotografa e scrittrice Claude Cahun, donna anche di coraggioso impegno politico, la pittrice francese Seraphine Louise, la fotografa statunitense Francesca Woodman, le poetesse russe Marina Cvtaeva e Anna Achmatova; e ancora Lee Miller, Vanessa Bell, Dora Carrington, Tina Modotti, Valentine de Saint Point. C’è anche un autoritratto di Rosanna Borzelli.

Vicende diverse ma caratteristiche comuni, quali?

Tra le artiste da me raffigurate, troviamo storie che testimoniano come proprio gli uomini a loro vicini abbiano minato deliberatamente l’autostima e l’originalità delle loro compagne; è il caso, ad esempio, di Dora Maar che è stata una tra le tante amanti di Pablo Picasso. Di lei si diceva che fosse una fotografa intelligente e sensibile, un campo dove Picasso non era nessuno; la violenza psicologica perpetrata da Picasso su Dora fu veramente sottile e diabolica: la convinse a scendere sul suo stesso terreno, quello della pittura e ad abbandonare quello della fotografia; dopo di che la attaccò inesorabilmente e ferocemente, la umiliò mortificandola in un confronto in cui lui era un campione assoluto, per poi abbandonarla al suo destino. Per questo l’ho ritratta con due volti: il suo volto autentico e quello che Picasso volle dare di lei.

Ognuna impegnata in ambiti diversi, politico, sociale, scientifico, letterario, artistico, che tuttavia, hanno in comune la volontà di confrontarsi con il mondo, di coltivare e affermare i propri talenti, con caparbietà e spregiudicatezza. Oggi possiamo affermare che le donne, nell’Arte sono diventate protagoniste indiscusse, non solo artiste importanti e di fama internazionale, ma anche direttori di musei, storiche e critiche d’arte, docenti universitarie, galleriste, insomma interpreti attive a tutti i livelli. A Washington, D.C. esiste persino un luogo dedicato al talento delle donne: il National Museum of Women in the Arts (NMWA). L’unico museo al mondo impegnato nella valorizzazione delle artiste di ogni epoca e provenienza geografica, e una community internazionale coinvolge designer, architetti, stiliste, chef, musiciste, scrittrici e ancora imprenditrici, scienziate, ricercatrici, desiderose di confrontarsi e di affrontare nuove sfide e confronti.

Oggi le donne trovano sempre maggiori spazi nei musei e nelle gallerie ma è sufficiente?

Per comprende veramente a che punto è l’equilibrio dei generi femminile e maschile nella nostra epoca l’arte non basta, bisogna guardare oltre: cosa accade nella politica, nella società, nella scienza, nella filosofia? La risposta diventa immediatamente evidente. Ma se la domanda è sull’arte, la riflessione diventa più specifica, la presenza femminile è ancora molto scarsa, la nostra visibilità è una conquista lenta e faticosa, perché la nostra società era e resta dominata fondamentalmente da logiche di potere, logiche economiche e lobbistiche, aliene dalla nostra più profonda natura, inoltre è da poco tempo che è stato consentito al genere femminile di cimentarsi nell’arte, nei secoli alcune sono riuscite, ma erano delle perle rare.

C’è un filo rosso che attraversa le opere, le mostre e le posizioni raggiunte da artiste e curatrici del mondo dell’arte?

E’ difficile abbracciare con lo sguardo l’intero panorama. Il palcoscenico attuale dell’arte è diventato vasto come l’intero pianeta, e quindi dovremo per forza generalizzare. L’arte al femminile -nel tempo attuale- ha avuto il compito di far emergere un immenso dolore e un’immensa rabbia, dar voce al dramma più che alla bellezza. Le donne che oggi raggiungono posizioni di visibilità nel mondo dell’arte, quando sono profondamente autentiche, sono presenze che aprono lo spazio del taciuto. Probabilmente è questo un filo rosso dell’immensa trama. Da un punto di vista più pragmatico, il fatto che nel “sistema-arte” oggi siano inserite in posizioni apicali molte donne tra curatrici, direttrici di mostre e collezioniste, fa in modo che spesso le loro scelte contribuiscano a far crescere la visibilità dell’arte realizzata da donne. Sebbene non sia affatto confortante rilevare che siano le donne e non la società intera a valorizzare le artiste, la progressiva apertura a cui stiamo assistendo modifica lentamente la realtà.

La lotta di genere, almeno in campo artistico, sembra volgere al termine e si fa strada, piuttosto, un approccio che esalta le diversità e l’idea che la donne artiste siano portatrici di valori aggiunti, di uno sguardo altro, dovuto non tanto alle differenze biologiche, quanto a quelle culturali.

Secondo lei quanto il femminismo ha rivoluzionato il mondo dell’arte?

Forse è vero anche il contrario. L’arte, con le sue avanguardie, è stata carburante e propellente per un cambiamento sociale, per lo scardinamento dei ruoli che abbiamo chiamato femminismo, (a questo proposito Valentine de Saint Point aveva anticipato molto i tempi) Il femminismo è stata una rivoluzione necessaria e all’inizio convergeva su tematiche basilari di sopravvivenza; come tutte le rivoluzioni è fisiologicamente insufficiente a dar vita ad una nuova realtà risanata. Perché la distruzione dei vecchi paradigmi è di necessità un processo forte, violento, tanto doloroso quanto irrinunciabile, mentre costruire il nuovo è un processo lento e non lineare, faticoso e profondo. E’ un processo culturale multidimensionale che richiede non decenni, ma secoli di lavoro e ad oggi non posso certo dire di essere soddisfatta del risultato a cui siamo arrivate.

Una guerra apparentemente vinta che, tuttavia, ha lasciato sul campo mille e mille eroine più o meno anonime, paga ancora un tributo di sangue che non si estingue. Il cammino è lungo. Alle vittime dei pregiudizi del passato e del presente è dedicata questa mostra, a tutte le donne di cui, ha scritto Maria Desiderio nello splendido catalogo: “Non troverete nessuna traccia dei nostri nomi, nelle pagine della vostra storia. Tutte troppo indecenti, libere, pazze, maschili, irrequiete, geniali, depresse. Eravamo l’avanguardia delle avanguardie, il filo spinato nei vostri salotti…”. Le opere di Rosanna Borzelli rimandano al loro dramma interiore che spesso ha accompagnato la profonda sensibilità di cui si alimentano le loro doti, a chi c’è l’ha fatta e a chi ha pagato con la vita, a chi ha rinunciato.

L’Arte le rende immortali, la poesia consola la loro anima peregrina:
Ho sugli occhi/la stanchezza/di tutto il cielo/ che si è versato/muto/sopra la mia terra, /le case ingrate, /il bosco folle. /Riconoscenza/del gesto precario. /Ogni istante. (Lorena Paris)