Artista, gestore, allestitore: tre diversi mestieri che devono colloquiare ma non sovrapporsi

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Quando l’artista chiede di poter curare l’allestimento della propria mostra, già capisci che c’è un problema. Forse l’intesa tra curatore ed artista, o forse tra curatore e direttore del luogo dell’esposizione. Di fatto è un esplicito non riconoscimento da parte dell’artista della capacità interpretativa di chi deve curarne l’esposizione: grave, anzi superlativo assoluto: gravissimo. Può capitare che un artista dalla produzione “oltre” chieda di interloquire con l’allestitore e voglia guidarne personalmente l’opera. Normale, accettabile. Più grave, senza possibilità d’appello, è quando l’artista decide di gestire da solo l’esposizione. Che succede, non si fida? Ha bisogno d’altro per guadagnare credibilità? Sente di non avere altro interprete delle proprie emozioni che se stesso? Si accomodi. La mostra al Museo Filangieri dell’opera di Claudio Massini è la materializzazione di quanto appena illustrato.
Un museo piccolo ma travolgente, dove ogni metro è un respiro d’arte, dove arti applicate, scultura, pittura e conservazione di libri antichi sono la materializzazione del sogno d’esposizione del suo fondatore. Tanto, tantissimo è esposto e tanto di più andò distrutto durante la guerra. Quand’è destino: le opere d’arte più preziose furono portate via dal museo per paura dei bombardamenti, e da un bombardamento sul luogo del loro rifugio furono distrutte. Amen. Il patrimonio artistico è ancora notevole e si lascia guardare in un ambiente che sembra la quadreria privata messa a disposizione dal vecchio nobiluomo. E tra armature corazze ed oggetti interessanti spuntano oggi, una serie di tavole rettangolari, alte, dipinte con innegabili tratti e soggetti moderni. Difficile stabilire quale delle due tipologie sia meno ospitale nei confronti dell’altra. Invano si cerca un legame tra di esse o anche solo un motivo di contrapposizione. Che ci fanno tutte insieme? Qual è il territorio del colloquio? Saranno invenzioni complesse, quelle di Massini, saranno pure allusioni criptiche. Non hanno trovato di certo però una collocazione ottimale. Al primo piano, come punto focale del salone rettangolare, altre tavole di ques’artista contemporaneo: ignota la ratio di questa sistemazione. Collocare opere contemporanee in un tale scrigno d’arte antica è obbiettivamente un operazione complessa, non impossibile, però. L’importante è trovare un punto comune tra il nuovo inserimento e la vecchia consolidata esposizione.
Non è facile ma è possibile Il rapporto tra le opere nuove e quelle antiche trova sempre un territorio di scambio: dimensioni, luci, cornici. E se questo legame non esiste il contrasto deve essere sottolineato al massimo. Un insalatona d’arte con ingredienti sconnessi non riesce sempre ad emozionare il pubblico. Giorno feriale, temperatura mite, ” mari poco mossi” direbbe un bollettino meteo. Le premesse alla visita ci sono tutte. L’unico visitatore si aggira nell’ingresso cercando un nesso, qualsiasi cosa possa legare quelle opere alte e strette alle sculture, agli oggetti d’arte applicata (maioliche e porcellane, abiti, tessuti,
medaglie, armi ed armature) alla pinacoteca con dipinti che spaziano dal XVI al XVIII secolo e alla biblioteca. Come la mettiamo poi con le 3280 monete d’epoca, dalla dominazione bizantina a quelle coniate dalla Zecca di Napoli? Il risultato osservabile è purtroppo la solita “passeggiata” tra le opere, con l’evidente smarrimento di chi cerca un legame razionale oppure emotivo o ancora la semplice irrazionale emozione. Curare una mostra non è disporre opere alla bell’e meglio, non basta mettere al centro della sala un trittico di steli in modo che nessun visitatore possa non accorgersi dei dipinti. Non basta neanche la buona volontà dell’artista. Il mestiere di autore di opere e quello di allestitore sono profondamente diversi ed a loro volta non assomigliano a quello del gestore. Una buona esposizione è frutto del colloquio tra le diverse professionalità. Il risultato altrimenti diventa solo confusione che, se pur dettata da un pensiero corretto, non fa che rendere onore al detto:” la via dell’inferno è lastricata da buone intenzioni.