Audaci, liberi e umani: il canto di Pietrangelo Buttafuoco nel chiaroscuro del mondo

in foto Pietrangelo Buttafuoco

Ci sono momenti in cui la cronaca smette di essere rumore. Momenti rari. Perché oggi siamo sommersi da parole veloci, giudizi immediati, indignazioni a scadenza. Tutto corre. Tutto brucia in poche ore. E quasi niente resta. Poi, all’improvviso, arriva una voce che obbliga a fermarsi. A pensare. È successo all’apertura della Biennale d’Arte 2026. La voce era quella di Pietrangelo Buttafuoco. Buttafuoco non parla come parlano i politici. Non cerca applausi facili. Non strizza l’occhio alle tifoserie. Usa parole antiche: libertà, civiltà, dubbio, responsabilità. Parole che oggi sembrano quasi fuori moda. E forse proprio per questo pesano di più. Chi è davvero Buttafuoco? Un intellettuale libero.Un anticonformista ribelle. Un irregolare, per dirla alla Andrea Cangini. E di certo non un “yes man”. Per questo uomini come lui, e forse per fortuna, non hanno quasi mai un futuro in politica. La politica ama gli allineati, gli obbedienti, quelli che non disturbano il manovratore. Eppure figure così restano essenziali al dibattito pubblico. Perché sono le sole capaci di rompere il conformismo e dire ciò che molti pensano ma non osano dire.

 Buttafuoco è un siciliano, colto, ironico, capace di attraversare mondi diversi senza inginocchiarsi a nessuna ideologia. Nella sua visione convivono la disciplina del diritto romano e il respiro aperto del Mediterraneo. Rigore e umanità. Ordine e pietas. Nel discorso “Audaci e Liberi” ha toccato il nervo scoperto dell’Occidente. Con calma. Senza urlare. Ma andando dritto al punto: che cosa sta diventando la nostra democrazia? È ancora il luogo della libertà o rischia di trasformarsi in una macchina che decide chi può parlare e chi no? È una domanda scomoda. Ma inevitabile. Perché oggi assistiamo a un paradosso curioso: in nome della tolleranza si diventa intolleranti. In nome del bene si mette il silenziatore al dissenso. Si giudica prima di ascoltare. Si condanna prima di capire. E allora la democrazia, anziché allargarsi, si restringe. Buttafuoco ricorda una cosa semplice: la libertà non è mai garantita per sempre. È fragile. Va difesa ogni giorno. E soprattutto non può vivere dentro la paura. Il punto più forte del suo intervento riguarda l’arte. Una domanda attraversa tutto il discorso: chi siamo noi per impedire a un artista di esprimersi? Palestinese, israeliano, russo, ucraino: davvero l’arte deve passare sotto il controllo delle frontiere morali e politiche? Se accade questo, l’arte muore.E con lei muore anche una parte della nostra civiltà. L’arte non è un tribunale. Non distribuisce patenti di purezza. Non chiede il passaporto del dolore. L’arte ascolta. Mostra. Interroga. A volte ferisce. Ma resta uno degli ultimi luoghi dove gli uomini possono ancora incontrarsi senza spararsi addosso. Non è un caso che questa Biennale si intitoli Minor Keys. Tonalità minori. Un nome malinconico. Quasi sommesso. Ed è impossibile non pensare a Koyo Kouoh, la curatrice scomparsa troppo presto, senza vedere compiuto il lavoro che aveva immaginato. Che cosa raccontano queste “tonalità minori”? Raccontano il nostro tempo. Un tempo pieno di guerre, paure, identità ferite. Un tempo che ha perso il gusto della complessità. Oggi tutto deve essere semplice: giusto o sbagliato, bianco o nero, amico o nemico. Ma la vita non funziona così. E nemmeno l’arte. La verità spesso abita nelle sfumature. Nel dubbio. Nel chiaroscuro. E allora Venezia torna a essere quello che è sempre stata: un ponte. Una città che unisce mondi diversi. Una città che vive di incontri e contaminazioni. Non di muri. Mentre molti guardano il dito delle polemiche quotidiane, Buttafuoco invita a guardare la Luna. Cioè il problema vero: stiamo perdendo la capacità di riconoscerci umani gli uni con gli altri? Forse è questa la domanda che la Biennale 2026 lascia sospesa nell’aria. E forse il compito della cultura oggi è proprio questo: ricordarci che la libertà non serve quando siamo d’accordo. Serve quando siamo divisi.