Autonomie e solidarietà, la lezione d’Europa

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Ora che per far fronte alle conseguenze economiche della pandemia dovevamo ottenere dall’Europa prestiti a buon mercato e fondi gratuiti abbiamo riscoperto parole – se non valori – come solidarietà e coesione sociale.

Cattivi, cattivissimi, quei Paesi come i cosiddetti frugali – Austria, Olanda, Danimarca e Svezia – che ce li volevano negare o pretendevano di darceli solo a condizione che li spendessimo bene e cioè per la crescita e non per prebende assistenziali.

Che forma di egoismo è mai questa? Non siamo tutti stretti nello stesso vincolo comunitario? Non facciamo parte anche noi spendaccioni mediterranei della grande famiglia europea?

Per non rompere il giocattolo unitario occorre che i Paesi più forti abbiano considerazione e rispetto dei Paesi più deboli e quindi più bisognosi di assistenza. Ci si aspetta di ricevere sguardi benevoli e non occhiatacce.

I fatti sono andati in direzione dei nostri desideri: riceveremo 209 miliardi in parte da restituire in comode rate e in parte a titolo gratuito. Resta l’impegno a utilizzarli per rendere il Paese più moderno e competitivo.

Ha vinto l’istinto di conservazione e sia pure con qualche timida remora tipo il freno d’emergenza che potrà essere azionato di fronte a palesi distorsioni l’Italia, la più colpita dal virus, avrà diritto a più risorse degli altri.

A dirigere il coro del Vogliamoci bene ci si è messa un’inedita Angela Merkel che, liberata dal peso della rielezione, si è prodigata per l’accordo nonostante i mal di pancia di una consistente fetta dell’opinione pubblica tedesca.

Per sapere se andrà bene quel che bene è cominciato ci vorranno settimane (in attesa del Piano delle Riforme che dovrebbe sbloccare i finanziamenti), mesi (per l’attuazione delle misure di salvataggio), anni (per la verifica delle attività).

Comunque sia, ha vinto il partito della solidarietà, della coesione, dell’unità in nome dell’alto obiettivo di non sfasciare l’Europa e, anzi, darle una nuova occasione per rilanciarsi come robusta entità economica e politica.

Con questi presupposti, e la diffusa soddisfazione per come sia finita, su quali basi sarà possibile riprendere in Italia il cammino delle Autonomie? Come potranno le regioni forti continuare a mortificare le deboli chiedendo di separare i destini?

Si potrebbe facilmente osservare che il Mezzogiorno sta all’Italia come l’Italia sta all’Europa. E sarà molto difficile affermare che i princìpi fatti valere in Europa non debbano essere richiamati in patria per le stesse medesime ragioni.

Quello che non ha spaccato l’Europa non può spaccare l’Italia. E la voglia di godersi i propri soldi in beata solitudine, in nome della maggiore capacità di creare ricchezza, dovrà fare i conti con le esigenze di tenuta del Paese.

Di riflesso, vale per il Mezzogiorno quello che vale per l’Italia e cioè che deve guadagnarsi la mano tesa del Nord imparando a realizzare progetti utili e credibili, a non sperperare risorse, a impiegare quelle in arrivo in maniera utile e intelligente.

Per essere aiutati bisogna prima sapersi aiutare da sé. E questa può essere la lezione, antica ma dimenticata, che si può trarre dalla vicenda europea. Il che vuol dire, semplicemente, più responsabilità di tutti e verso tutti.