Autunno a Napoli, record di mostre e allestimenti su misura

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Suona a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo. Con buona pace del Manzoni e della sua tragedia, i programmi espositivi dell’autunno a Napoli sembrano in questa frase perfettamente rappresentati. Mentre Escher affascina in zona shopping di lusso, anche la commerciale via Toledo ha la sua mostra spettacolare. A Palazzo Zevallos di Stigliano si può tornare indietro negli anni e, perché no, fare anche un salto Oltremanica. Nostalgia degli anni novanta? Ecco London Shadow con gli artisti che segnarono un momento importante nella definizione di un tipo d’arte contemporanea che ne racconta il gusto per il fashion show come tratto principale di un epoca. Erano I tempi di Kate Moss sulle passerelle e delle Bad Girls nell’arte. Le donne, signori, le donne che provocando e sconvolgendo aprivano nuove finestre sulla rappresentazione artistica raccontando storie. Londra, la città più cool del momento proiettava questo nuovo modo di fare arte. Tanta roba, direbbe un comunicatore dei giorni nostri, abbastanza da incuriosire e stimolare ad una visita. Un bel concentrato di tensioni, ambiguità, vitalismo e contaminazioni della cultura inglese degli ultimi decenni fino ad oggi. Ed ecco esposte alcune delle opere che hanno individuato un momento speciale della nostra epoca. Ecco gli artisti che hanno intrecciato arte e marketing, che hanno interpretato un momento compatto dell’arte europea producendo in modo forte e provocatorio. L’ultima corrente artistica? Da vedere. Qualche Solone della critica d’arte grida all’orrore della moda, che inventa opere-brand per poi mercificarle in una dimensione ipercapitalistica, qualcun altro inneggia alla genialità di chi come Hirst parla del ciclo della vita con opere non vogliono solo comprendere la morte, ma vincerla, e attraverso il potere della bellezza sparigliando le regole del mondo dell’arte. Oh bene, e allora che mostra sia! Ventitré opere non sono moltissime ma potrebbero raccontare perfettamente il senso dell’opera dei Young British Artists, e certo, se il visitatore fosse strutturato, specificamente preparato, potrebbe davvero gustare il senso di quell’armadietto di medicinali in vetrina, “Problems”, concesso proprio dall’artista alla mostra. Stiamo parlando di Hirst che fattura con la vendita delle sue opere più di qualsiasi altro suo contemporaneo. Affinché il pubblico dei visitatori potesse cogliere il senso dell’arte esposta e farsene emozionare sarebbe stato opportuno che l’esposizione sfruttasse lo story telling che gli artisti stessi adoperano nelle loro opere. Il visitatore adocchia l’opera e, ancor prima di analizzarla corre con lo sguardo alla didascalia: attraverso il nome che l’artista ha dato all’opera cerca di capirla, poi le rivolge uno sguardo dubbioso e va. Cerca un emozione che non sboccia. L’odore anche sgradevole del disinfettante, la fredda luce al neon tipica di una vetrina di farmacia o d’ospedale avrebbe forse potuto suscitare una maggiore comprensione di quanto l’artista desiderava comunicare. La lettura della didascalia con il nome dell’opera sarebbe stata un momento successivo alla visione, tutt’al più una conferma. Non si può esporre Caravaggio nello stesso modo in cui si espone Hirst. Sono le storie che gli artisti raccontano che impongono la differenza, e guarda caso l’unico strumento per risultare convincenti è l’interpretazione.