Banco di Napoli, il capitale perduto

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Pubblichiamo l’intervento integrale di Gennaro Cortucci al convegno del 16 ottobre sul Banco di Napoli.

Innanzi tutto, ringrazio gli organizzatori per avermi invitato a questo convegno dove si tratta un tema che , soprattutto per i napoletani, rappresenta una ferita ancora aperta che fa fatica a rimarginarsi.

Ringrazio, poi, tutti i presenti che avranno la pazienza di ascoltarmi e mi scuso per avere optato per una relazione da leggere ma mi è sembrato l’unico modo per contenere il mio intervento nei limiti di tempo che mi sono stati assegnati

Io sono, qui, come si legge nella locandina, perché sono autore del libro “Il capitale perduto” edito dalla società editrice Giannini.

Devo subito chiarire che non sono uno scrittore, non lo sono mai stato e ben difficilmente mi azzarderò ancora ad invadere un campo così ben degnamente rappresentato anche in questa sede.

Ad evitare equivoci, desidero dunque precisare, in via prioritaria, che il titolo del libro, dopo “ il capitale perduto, continua specificando: “Una voce di dentro racconta perché il Sud ha perso le sue banche “.

Ebbene, io sono quella voce di dentro ed il contenuto del libro va ben oltre il doloroso episodio del Banco di Napoli, che pure vi viene descritto, con dovizia di particolari, in tutti gli aspetti.

Ho ritenuto di potermi definire una “ voce di dentro” perché ho lavorato nel settore bancario per quasi 62 anni.

I primi trenta, a partire dal 1959, al Banco di Napoli dove, assunto come impiegato di sportello, ho avuto l’opportunità di percorrere tutta la carriera amministrativa, fino a raggiungere la funzione di responsabile dell’Area Bilancio ,Programmazione e Controllo di gestione.

I bilanci 1987 e 1988 recano, infatti, la mia firma.

Dimessomi ad inizio del 1989 per ragioni che sono ampiamente dettagliate nel libro, sono andato poi ad occupare posizioni di vertice – direttore generale, amministratore delegato e presidente – in tre banche siciliane e, nello stesso tempo, da maggio 1991, sono entrato a far parte del Comitato Esecutivo del Banco di Napoli ICDP e dal 1° luglio successivo, quando è avvenuta la trasformazione in Spa, ne sono diventato consigliere di amministrazione

In tutto questo percorso ho commesso due gravi errori che sono stato costretto a pagare a caro prezzo, ma che non avrei esitazione a ripetere:

quello di essere un irriducibile aziendalista e

quello, ancora più grave, di essere un meridionalista convinto, che ha rifiutato preziose occasioni di arricchimento pur di mantenere fede ad irrinunciabili principi morali ed all’impegno assunto, di consigliere di amministrazione del Banco.

Per il mio atteggiamento sono stato sottoposto ad una serie di processi, in sede penale, in sede civile ed in sede amministrativa che, se hanno procurato danni di ogni genere a me ed ai miei familiari, mi hanno, però, dato la possibilità di rilevare, in via quasi esclusiva, che quella turpe vicenda che ha portato alla sparizione del Banco di Napoli, non era altro che la replica di fenomeni analoghi che avevano già riguardato altre banche sempre meridionali e che, in epoca immediatamente successiva ne avrebbero coinvolte altre.

In definitiva, si trattava di più tasselli di un unico mosaico, che ho definito nel mio libro, “ più atti di un unico disegno criminoso”, rubando il termine ai giuristi.

Mi è capitato di assistere in presa diretta, per esserne stato vittima, alla scomparsa di tre banche , sacrificate con arroganza e spregiudicatezza in nome di alcuni principi affermatisi in Banca d’Italia quando Carlo Azeglio Ciampi ne era il Governatore, che venivano strumentalmente divulgati in ogni occasione:

  1. “ a sud di Roma non può esistere la centrale di una banca”;

2. “Banche locali al Sud? C’è spazio solo per quelle del Nord”;

3. Il sistema bancario meridionale deve essere governato e diretto da un’istituzione non meridionale”;

4. Una banca che ha la sede centrale in un’altra parte del Paese può fare liberamente una selezione rispetto alla banca che ha la sede centrale in quella zona, che sente maggiormente certi valori o supposti valori”.

In sintesi, il territorio dove alcuni secoli prima era nata l’attività bancaria, non era più degno di avere una banca,

In nome di tali principi sono state fatte sparire quasi tutte le banche del Sud, quelle che per secoli avevano, bene o male, sostenuto la crescita delle regioni meridionali sostituendosi perfino alla Stato, troppo spesso incurante o disattento.

In pochi anni furono fatti sparire – per citarne solo alcune delle maggiori il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, il Banco di Sardegna,la Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele, la Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania, la Cassa di Risparmio di Puglia, insieme a molte altre di minori dimensioni.

E quell’operazione fu favorita dalla preventiva emarginazione di tutti i più importanti esponenti politici, messi in condizioni di non nuocere perchè sottoposti a

pesantissime incriminazioni in sede giudiziaria.

Di conseguenza, i relativi incarichi furono assunti da figure cosiddette “tecniche” rappresentate da ex Alti dirigenti della Banca d’Italia in pensione , che andarono ad occupare le posizioni di vertice al Ministero del Tesoro, alla Presidenza del Consiglio, alla Presidenza della Repubblica e, di conseguenza, al Consiglio Superiore della Magistratura.

In pratica, era finita quella dialettica tra organi tecnici e potere politico che da sempre, pur tra continue contrapposizioni e divergenze, aveva assicurato, comunque, l’equilibrio del sistema.

In più, si erano creati i presupposti perché potessero sorgere anche dei pericolosi corti circuiti tra il potere politico e quello giudiziario.

A completare il quadro, l’avanzare della Lega Nord che affermava principi radicali, di contenuto antimeridionalista.

In questo contesto:

  • I fondi stanziati dalla legge Amato per la ricapitalizzazione del Banco non furono più erogati;
  • fu abolito l’intervento straordinario a favore del Mezzoggiorno, mettendo in crisi clienti e banche;
  • furono avviate una serie di ispezioni sulle banche che ebbero come malcelato obiettivo la scomparsa di quelle meridionali;
  • gli amministratori di molte di quelle banche, dopo aver subito pesanti sanzioni pecuniarie in sede amministrativa, furono sottoposti anche a giudizi in sede penale ed a richieste di risarcimento in sede civile.

Nelle azioni intentate contro gli amministratori del Banco di Napoli fui coinvolto anche io, che ero stato in carica per gli esercizi 1991,1992 e 1993, tutti chiusi in utile per centinaia di miliardi.

In particolare, il bilancio 1993, al quale dedicai una particolare attenzione proprio perché ero consapevole che non sarei stato confermato nella carica, dopo essere stato respinto per ben tre volte a seguito dei miei interventi critici, fu poi approvato alla quarta presentazione dopo ampie e convincenti assicurazioni sulla sua correttezza e dopo che erano stati aumentati di ben 170 miliardi i fondi di accantonamento.

E quel bilancio non è stato mai oggetto di contestazione da parte di alcuno.

Eppure, mentre venivo assolto in sede penale addirittura in fase di indagini

preliminari, sono stato processato, in sede civile, per “le gravi perdite subite dal Banco negli anni 1994, 1995 e 1996, quando non ero in carica e sono stato condannato per aver deliberato in maniera “incauta” una sola pratica tra le migliaia deliberate in tre anni di mandato.

E quella sentenza di condanna, come credo di aver ben dimostrato analizzandola a fondo in uno specifico capitolo del mio libro con indicazione di nomi e cognomi degli estensori, rappresenta una vergogna per tutto l’ordine giudiziario ed induce al sospetto che la trama prevedesse anche la partecipazione attiva di quei magistrati.

Scusandomi per la lunghezza di questa esposizione ed andando verso la conclusione, desidero precisare che a scrivere questo libro ed a parlarne in questa occasione non mi hanno spinto sentimenti di rancore o desideri di rivalsa ma, soprattutto, il bisogno di riscrivere, da addetto ai lavori, una pagina di storia che spero sia portata all’ attenzione di tutti, soprattutto dei più giovani, perché solo una conoscenza approfondita di quanto accaduto e dei suoi risvolti può evitare il ripetersi di certe situazioni e può consentire di programmare il futuro su basi certe e concrete.

Ed a tal proposito, nel momento in cui sembra finalmente essersi creata un’ attenzione verso il nostro Mezzogiorno, nella consapevolezza che da qui può venire una spinta per tutto il Paese, sento il bisogno di richiamare la vostra autorevole attenzione e quella di tutti sulle “conclusioni del mio libro dove, in sintesi, si afferma che in un momento in cui sembrano finalmente trovare considerazione le enormi potenzialità del Mezzogiorno e sembrano risvegliarsi l’ operosità e l’ingegno dei suoi abitanti, la sua esigenza primaria debba essere quella di una banca nata nel suo territorio e fortemente interessata alla sua crescita.

Ed il momento sembra particolarmente favorevole ma occorre che l’iniziativa venga avviata e sostenuta concordemente da tutti, senza distinzioni di alcun genere, all’insegna di un’ imperativo categorico:

“ORA O MAI PIU’”.