Banco di Napoli, ipotesi recupero crediti per i vecchi azionisti

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I vecchi azionisti del Banco di Napoli hanno diritto ad una quota parte dei crediti recuperati, negli anni, dalla Società di Gestione dell’Attivo (Sga). La chiave della vicenda, che è tornata d’attualità grazie a una battaglia che stanno conducendo insieme varie associazioni – Acli Beni Culturali del presidente emerito Paolo Pantani la più attiva ma in campo ci sono anche l’Associazione Mediterranea, coordinata da Ezio Aliperti, e la “Filangieri” guidata da Stanislao Napolano – sta nelle leggi che, a loro tempo, hanno regolato i vari passaggi della vendita del Banco di Napoli. Prima alla cordata composta da Ina e Bnl e successivamente a Intesa Sanpaolo.

In foto Adriano Giannola

L’articolo 2 della legge 588 del 19 novembre 1996, che converte il decreto numero 497 del 24 settembre dello stesso anno, contiene infatti una serie di disposizioni relative agli azionisti dell’epoca e specifica come esse siano applicabili al momento della conclusione dell’attività di recupero crediti da parte della Sga. Una società, quest’ultima, ancora attiva e con sede proprio a Napoli. Definita, del tutto impropriamente alla luce dei fatti, bad bank nel 1996 salvo poi confluire tra le proprietà del ministero del Tesoro che, grazie a un decreto del 2016, la acquisisce per soli 600mila euro in virtù di un pegno azionario risalente proprio agli anni della creazione della Sga. Gli utili accumulati grazie al recupero di crediti che venti anni prima vengono considerati, nella migliore delle ipotesi, deteriorati ammontano a circa 700 milioni di euro. Un tesoretto su cui possono concentrarsi le pretese dei vecchi azionisti. La vicenda è peraltro ben illustrata sia negli anni di un convegno organizzato il 21 dicembre del 2017 all’università Federico II di Napoli (e disponibili sul sito della Facoltà dei Giurisprudenza), sia nei volumi “Il credito difficile” (editore L’Ancora del Mediterraneo, Napoli) di Adriano Giannola e “Il declino del sistema bancario meridionale. Il caso del Banco di Napoli” (editore Esi, Napoli) di Emilio Esposito e Antonio Falconio con prefazione di Giannola. Proprio quest’ultimo, presidente della Svimez, economista e docente universitario ritiene che “la legge 588 del 1996, all’articolo 2, sia il riferimento di base per l’escussione del credito nei confronti del ministero dell’Economia e delle Finanze”. Secondo Giannola “il vero tema su cui lavorare è quello relativo ai diritti degli azionisti perché solo così sarebbe possibile giungere all’obiettivo ancora più importante, vale a dire la ricostruzione di un patrimonio della comunità meridionale che, se ben gestito, può garantire un flusso perpetuo di risorse a beneficio del territorio”.

In foto Paolo Pantani

Per essere ancora più chiaro l’economista dice che “con il decreto del 2016 il problema non è di indennizzo o risarcimento bensì di chiedere di calcolare il prezzo che spetta ai vecchi azionisti e di adempire responsabilmente a quell’impegno contrattuale a termine fissato nella legge 588 del 1996”. Spetta adesso ai vecchi azionisti farsi avanti e rivendicare un loro diritto. O, in alternativa, confidare in un intervento delle istituzioni visto che proprio a Napoli, nel corso di un incontro organizzato il 26 febbraio scorso da Acli Beni Culturali presso la sede di Ancrel Campania, si è espressamente parlato di rendere la vicenda del Banco tema centrale della prossima commissione d’inchiesta sugli istituti di credito.