Bandi per startup? Utili solo ai burocrati 2.0

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Nel Bazar delle Follie si trova un apposito settore dedicato alla politica economica. Nei suoi scaffali si trovano le misure governative confezionate dai decisori politici. L’etichetta che accompagna ciascuna misura indica informazioni difficilmente comprensibili alla gente comune. Quello dei decisori è, infatti, un linguaggio la cui comprensione è destinata a pochi. Tra questi ultimi c’è una ristretta minoranza che li osserva con occhi distaccati. Riportiamo le osservazioni di un osservatore disinteressato. Con misure governative dal lato dell’offerta, i decisori politici creano il loro mercato in cui la domanda di quanti anelano ad essere protetti dall’ombrello tenuto aperto dalla mano pubblica s’incontra con l’offerta di protezione da parte della politica in cambio di acquisizione di potere. Più burocrati e più agenti d’intermediazione dei fondi pubblici vuol dire più potere nelle mani dei decisori. Un fenomeno socio-economico che appaia all’orizzonte visibile dei decisori politici diventa una loro preda. La comparsa della nuova imprenditorialità messa in campo dalle startup ha comportato il varo di provvedimenti legislativi che, a loro volta, hanno inaugurato una stagione di interventi pubblici regolati dai burocrati ministeriali e attuati da loro intermediari nella veste di centri d’imprenditorialità e d’innovazione che offrono consulenza alle startup per l’acquisizione di risorse pubbliche. Il fatto è che, intervenendo dal lato dell’offerta di fondi erogati tramite intermediari, i decisori politici acquistano potere decisionale e, data la loro influenza sul processo d’intermediazione, anche discrezionale. Ciò che non accadrebbe con una misura diretta e automatica come l’abbattimento delle imposte in sostituzione della concessione di denaro pubblico dietro presentazione di una domanda stilata dalla startup. O, ancora, con la concessione di un voucher che le startup potrebbero spendere nel mercato della consulenza senza dover essere costrette a utilizzare i servizi degli intermediari di fondi pubblici. Se non bastasse, la pletora dei programmi europei è come un canto delle sirene che devia molti giovani creativi dalla rotta dell’imprenditorialità per indirizzarli verso la consulenza alla stesura delle domande che organismi pubblici e società private inoltrano all’eurocrazia di Brussels nel tentativo di vincere gare di appalto per l’esecuzione di parti di quei programmi. Così, più che creare imprese che operano sui mercati, si fa crescere la coorte dei consulenti all’ombra del denaro pubblico elargito da Brussels. I referenti non sono più i consumatori di nuovi beni e servizi che costellano l’economia imprenditoriale della conoscenza, ma burocrazie, lobby e fazioni politiche che girano dentro e attorno ai palazzi della Commissione Europea