Barbarossa: “Così sdogano il romano a Sanremo”

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Roma, 4 feb. (AdnKronos) – Torna a Sanremo per la nona volta, a 35 anni dalla prima partecipazione e dopo averlo vinto nel 1992 con ‘Portami a ballare’ ma per Luca Barbarossa il festival 2018 ha il sapore di un esordio, quello del dialetto romano sul palco dell’Ariston. Il suo ‘Passame er sale’, è il primo brano in gara cantato in romanesco della storia del Festival. “Devo dire che questa cosa mi fa un certo effetto e mi inorgoglisce anche un po’”, confessa. Del Sanremo di Claudio Baglioni Barbarossa pensa un gran bene: “È un festival in difesa di chi la musica la vive, la fa e la difende. E vanno nella direzione della dignità del nostro mestiere sia la scomparsa dell’eliminazione sia quella della serata cover”, dice il cantautore.

‘Passame er sale’ è una canzone che parla d’amore ma in una chiave diversa dal mainstream sanremese: “Di solito le canzoni d’amore raccontano l’innamoramento o la separazione, il primo o il dopo. Questa canzone è una sorta di bilancio di un amore che dura una vita, con i suoi alti e bassi, i suoi piccoli riti quotidiani, le liti e le riappacificazioni. Un bilancio positivo, perché qui c’è l’utopia dell’amore eterno che si realizza”. “Se semo amati, feriti, traditi e accarezzati […]se semo persi inseguiti impauriti e in lacrime riconquistati”, canta Barbarossa. Il titolo del brano – ci tiene a precisare – non ha nulla a che fare con le scaramanzie che accompagnano il passaggio del sale: “Assolutamente no. So che in molti non passano il sale di mano in mano, senza prima posarlo sulla tavola. Ma ‘passame er sale’ è citata come una delle classiche domande che accompagnano la vita quotidiana di una coppia”, dice Barbarossa che si è già aggiudicato il premio Lunezia per il miglior testo tra i Big in gara (“un onore, un premio molto prestigioso”).

Il brano fa parte di un album di inediti, ‘Roma è de tutti’, che uscirà il 9 febbraio e che Barbarossa ha scritto utilizzando la lingua parlata per le strade della Capitale. “Qui il romano è soprattutto la lingua dell’intimità familiare e domestica, la lingua dell’anima”, funzionale ad un ritratto di una Roma che è soprattutto uno stato d’animo. “Lo stimolo a scrivere in romano mi è venuto con i tanti concerti fatti con Ambrogio Sparagna e l’orchestra Popolare Italiana sulla canzone romana. Mi ha riacceso le radici. Ho iniziato a scrivere ed ho trovato un facilità espressiva che non pensavo. E dal primo brano sono arrivato all’album”.

Gli 11 brani dell’album raccontano la romanità da diverse prospettive, come nella title-track ‘Roma è de tutti’, cantata in duetto con Fiorella Mannoia (“Roma è de tutti, de li scienziati e de li ignoranti/de chi va in chiesa e de chi smadonna tutti li santi”, recita il testo). C’è poi un terzetto di pezzi ironici ‘La dieta’, ‘La pennica’ e ‘La mota’: il primo è un viaggio gastronomico nella capitale, il secondo è un inno alla siesta, il terzo alla passione per le due ruote. Ma ci sono anche temi più forti ispirati alle cronache, come in ‘Madur’ (cantato con Alessandro Mannarino, che racconta di un ragazzo di colore aggredito e ucciso da un ‘branco’ in una stazione della metropolitana) e ‘Se penso a te’ (storia di un carcerato suicida a Regina Coeli).

Un discorso a parte merita poi ‘Via da Roma’ (che racconta l’amore-odio per questa città che a volte esaspera e poi si fa perdonare tutto), unico brano a non essere stato scritto negli ultimi anni ma molto tempo fa, nei primi anni 80, di cui Luca Barbarossa ha firmato la musica e il regista Luigi Magni il testo: “La scrivemmo perché Alida Chelli avrebbe dovuto portarla a Sanremo. Poi il progetto non si concretizzò e l’ho sempre cantata solo per gli amici. Ma quando è nato questo album ho pensato fosse il momento giusto per farla conoscere a tutti”.

Del suo rapporto attuale con Roma, Barbarossa dice: “Nonostante tutto, sono sempre innamorato della mia città, guai a chi me la tocca, che siano essi amministratori o cittadini incivili. Vorrei che questa città venisse rispettata dai romani innanzitutto, poi da chi viene qui e da chi la amministra. Ma non metto la croce sull’amministrazione di turno perché qui hanno fallito in tanti”, conclude.