Beni confiscati, il caso della Balzana

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Negli ultimi mesi il tema dei beni confiscati alle camorre sembra essere ritornato al centro dell’attenzione delle forze sociali e delle istituzioni di Terra di Lavoro, dopo una fase di appannamento. Infatti, alcune settimane fa venne presentato a Castel Volturno il progetto finanziato dal CSV Assovoce per un Osservatorio provinciale, in collaborazione con Libera e Comitato don Diana. In tal senso va anche l’iniziativa promossa dal Consorsio Agroriansce – nell’ambito del protocollo definito con il FTS Casertano – per la presentazione di un progetto europeo “Hermon” per realizzare un sistema integrato di geo-monitoraggio, grazie al PON “Sicurezza per lo sviluppo”, che si terrà martedì 24-11 a Casal di Principe. Sono due iniziative lodevoli che tendono a riproporre all’attenzione delle istituzioni e delle forze sociali, produttive una tematica fondamentale per rilanciare strategie e politiche di sviluppo locale e di innovazione in Campania e sul nostro territorio. Sarà anche l’occasione per avviare una seria riflessione sulle tante buone pratiche avviate e in via di realizzazione grazie all’uso sociale e produttivo di beni che prima erano sotto il dominio della camorra ed ora diventano beni comuni, centri di produzione e di aggregazione di servizi ed attività sociali. Ma nello stesso tempo serve un approfondimento per far emergere problemi e criticità, che vanno affrontati con serenità. Come abbiamo sottolineato in più occasioni – ed abbiamo avuto modo di raccontare nel volume dedicato al Sud che resiste – l’esperienza vissuta in Terra di Lavoro per affermare la legalità democratica è tra le più avanzate a livello nazionale ed europeo. Grazie soprattutto alle tante realtà di economia sociale avviate con le nuove imprese di servizi e di produzione realizzate nei beni liberati dal dominio della camorra. A tal fine è stato decisivo il ruolo del Consorzio Agrorinasce, che ha consentito il riuso di tanti beni affidati alla gestione delle associazioni del terzo settore (ed anche agli enti pubblici o ecclesiastici). Ciò ha consentito di costruire spazi di pubblica utilità, come biblioteche, centri di aggregazione artistica, musei, centri di cura e dia accoglienza per bambini, donne vittime di violenza, immigrati, centri e spazi ricreativi e sportivi, cooperative per la ristorazione e promozione dei prodotti tipici, ed altre iniziative. In molti casi sono stati creati spazi di socialità in comuni dove c’era il deserto. Tutto questo fervore di iniziative si è sviluppato grazie al movimento di riscatto civile e sociale che è cresciuto dopo la barbara uccisone di don Peppe Diana, che ha rappresentato il discrimine per una nuova stagione di rinascita che oggi ha come emblema le nuove giunte di Casal di Principe e di Casapesenna, dove sono avvenuti dei veri miracoli con il Museo “La bellezza che vince l’ombra” ed il centro di aggregazione giovanile ed artistica, emblemi di una rinnovata volontà di rinascita. A onor del vero va detto anche che negli ultimi tempi qualcosa si è incrinato, si è creata una cesura tra istituzioni e movimenti associativi, che consideriamo come una criticità da superare. Basta vedere le modalità distinte con cui vengono gestiti i due progetti sui beni confiscati, quello sull’Osservatorio e su Hermon. Ma anche la mancata realizzazione dell’obiettivo fondamentale del progetto La RES, che doveva rappresentare un modello di economia sociale grazie ai finanziamenti della Fondazione con il Sud. Questo obiettivo è stato raggiunto in modo parziale, a seguito dell’abbandono di alcuni partner importanti (come la stessa Agrorinasce, Coop Eva e l’Arci). Anche se oggi la situazione risulta ben diversa rispetto a quando l’agro aversano veniva considerato “terra di Gomorra” – grazie all’azione più efficace di prevenzione e di contrasto da parte delle forze dell’ordine e della magistratura – come FTS Casertano riteniamo che non possiamo permetterci il lusso di tenere diviso, separato il fronte della lotta per la legalità democratica. A tal fine prendiamo ad esempio un caso emblematico, quello della Balzana che allo stato è il bene confiscato più esteso a livello nazionale. Si tratta di oltre 220 ettari di terreno agricolo che da oltre 10 anni versa in condizioni di abbandono. Uno scandalo che grida vendetta. In una realtà come quella di Terra di Lavoro non possiamo permetterci il lusso di lasciare in degrado un bene che ha segnato la storia economica, agricola ed occupazionale di un’area come quella del Basso Volturno. E’ giunto il momento di promuovere con intelligenza un patto sociale per mettere in campo progetti sostenibili facendo leva sulle vocazioni produttive di quel vasto territorio. Nel recente passato si sono fatti avanti enti come l’Istituto Buonarroti per creare una “filiera agroalimentare”, ma anche asociazion9i come Libera ed il Comitato don Diana per produrre grano e foraggi. Ci sono anche proposte per la filiera bufalina, per le energie rinnovabili. Altri pensano alla riedizione della canapa sativa, di impiantare pioppeti. C’è un progetto del comune di S. Maria la Fossa – con il Dipartimento di Architettura della Federico II – per realizzare una fattoria didattica In tal senso vanno indirizzate le risorse disponibili, che possono venire da varie fonti (come quelle europee, nazionali o regionali), ma anche da soggetti privati (come le imprese del settore agroalimentare) e finanziari. Piuttosto che su osservatori o indagini varie, per il futuro si può pensare di investire su progetti di impresa e di produzione. E qui sta la vera sfida innovativa. Da un lato spetta alle istituzioni – in primo luogo all’Agenzia Nazionale ed Agrorinasce definire modalità e procedure per l’assegnazione delle aree, anche in cooperazione con enti territoriali come la Camera di Commercio ed altri enti disponibili ad investire. Un primo segnale forte di inversione di tendenza può venire proprio dalla Regione Campania con l’attuazione della legge a sostegno delle aziende varata nel 2012, un modello unico in Italia ed in europa, finora rimasto sulla carta. Dall’altro spetta al mondo del terzo settore – ma anche a quello delle imprese (in primo luogo quelle del settore agricolo) – di candidarsi e proporre progetti adeguati per creare sviluppo ed occupazione, capaci di coniugare antichi mestieri con nuove competenze per far fronte alle nuove sfide competitive e di mercato.