Bimbi tra robot e algoritmi Così Napoli fa (la) scuola

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A cura di Cristian Fuschetto

Figli del libro e nipoti della scrittura, l’avventura pedagogica oggi si misura a colpi di bit, codici e oggetti “intelligenti”. Sfogliare la Treccani o consultare wikipedia garantisce la stessa affidabilità ma plasma due cervelli differenti, il che detto in altri termini significa che la digitalizzazione del sapere cambia la natura stessa della conoscenza. Siamo nella stessa situazione registrata da Montaigne all’alba della modernità, quando all’apparire della stampa il grande umanista osservò che a “teste piene” avrebbe preferito “teste ben fatte”: visto che c’erano i libri, il sapere non aveva più bisogno di essere imparato a memoria. “Oggi che il sapere è dappertutto e accessibile on demand, si tratta di capire come farle ancora meglio queste teste” osserva un po’ ironico Orazio Miglino, ordinario di Psicologia Generale alla Federico II e direttore del Laboratorio per lo studio dei Sistemi Cognitivi Naturali e Artificiali dell’ateneo federiciano. Da decenni impegnato a far dialogare didattica e nuove tecnologie, Miglino è responsabile scientifico di “Inf@nzia Digitales 3.6” un progetto chemira a rinnovare luoghi e strumenti di apprendimento partendo dai più piccoli, i bambini in età prescolare (3-6 anni). “Non inventiamo nulla di nuovo, rinnoviamo piuttosto gli insegnamenti della grande tradizione dell’attivismo, dalla Montessori a Piaget, per stimolare nei più piccoli, grazie a oggetti interattivi o magari la robotica evolutiva, le potenzialità manipolative e la capacità di prendere iniziativa, superando così l’impostazione ancora maggioritaria nelle scuole italiane per cui il bimbo è considerato come un bicchiere in cui travasare conoscenza”. Sullo stesso fronte ma con un approccio diverso lavora anche un altro scienziato partenopeo, Giorgio Ventre, ordinario di Reti di Calcolatori alla Federico II e responsabile del progetto Cini, Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica che quest’anno ha lanciato l’iniziativa “Programma il Futuro” con l’obiettivo di fornire ai ragazzi una serie di strumenti, divertenti e facilmente accessibili, per padroneggiare i concetti base dell’informatica e del pensiero computazionale. “Non solo – aggiunge Ventretra – le nostre ambizioni c’è anche quella di permettere loro di reinventare questi principi. Si tratta di introdurre nella scuola un nuovo approccio culturale, storicamente le competenze logiche sono state associate alla matematica e alla fisica, ma non è più così. Abbiamo capito che matematica e la fisica danno delle competenze poco flessibili, il coding, fare programmazione, può rivelarsi uno strumento molto più flessibile. La programmazione, proprio perché è un processo aperto è più permeabile all’estro dei ragazzi, applicabile anche a un videogioco e non solo a un compito di matematica”. Accanto alla ricerca, a rafforzare il ruolo di avanguardia che Napoli si è guadagnata sulla scuola del futuro ci sarà anche l’“Officina dei Piccoli 2.0”, laboratorio didattico hitech che sarà inaugurata presso l’Educational Centre di Città della Scienza martedì 12 maggio. A tagliare il nastro, oltre ai due docenti, anche Domenico Pantaleo, segretario generale della Federazione dei Lavoratori della Conoscenza della Cgil- È grazie alla raccolta di fondi avviata dalla Federazione all’indomani dell’incendio del 4 marzo 2013 che è stato costruita l’Officina. Tantissime le opportunità, dalle attività di robotica in collaborazione con il Nac, in cui i bambini saranno messi in condizione di assemblare e programmare un robot, ai lavori con le stampanti 3D in compagnia di esperti maker, fino alla programmazione vera e propria, in cui i ragazzi saranno introdotti alla programmazione con lo scopo di sviluppare competenze logiche e capacità di risolvere i problemi in un contesto di gioco.

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