Biotech, Italia rischia di perdere il treno

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Milano, 30 mag. (AdnKronos) – L’Italia rischia di perdere il treno del settore della biotecnologia e delle scienze della vita. Il Paese ha problemi di programmazione e di coordinamento e la frammentazione delle politiche rischia di impedire lo sviluppo di questi settori. A lanciare l’allarme è Riccardo Palmisano, presidente di Assobiotec, nel suo intervento al workshop ‘Trasferimento tecnologico nelle Life Sciences’, organizzato all’Openzone di Bresso, alle porte di Milano. L’Italia “rischia di perdere il treno della biotecnologia”, a causa del suo “problema serissimo di programmazione” e di frammentazione, ha detto il presidente dell’associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie che rappresenta circa 130 imprese e parchi tecnologici e scientifici attivi in Italia nei diversi settori di applicazione del biotech.

Negli ultimi anni “molte cose sono cambiate -ha spiegato- ma troppo poco e troppo lentamente”, ha spiegato Palmisano all’evento organizzato da Italian Angels for Biotech, con il supporto di Assobiotec, Aifi, Ambrosetti, NetVal e OpenAccelerator per fare il punto sulla situazione nazionale del trasferimento tecnologico nell’ambito delle scienze della vita. “Sono state prese ottime iniziative, soprattutto dagli ultimi due governi, e sono state sfruttate potenzialità dateci anche dall’Europa, ma il tutto non è stato coordinato. Non coordinato fra i ministeri competenti per il nostro settore, che sono Miur, il Mise, il Mef e il Ministero della Salute”. Ed è mancato anche il coordinamento fra il centro e le Regioni.

Un’agenzia unica per le scienze della vita con la partecipazione di tutti i soggetti interessati e le Regioni aiuterebbe a indirizzare gli investimenti e le energie della filiera. In questo senso la Lombardia sarebbe il territorio ideale per un progetto pilota di trasferimento tecnologico, secondo i dati presentati da Luca Benatti, presidente di Italian Angels for Biotech. A Milano sono presenti 3mila imprese multinazionali, il 34% di quelle presenti in Italia, e nel capoluogo lombardo nascono il 23% delle startup innovative, che fanno della città la terza in Europa per imprese innovative. In Lombardia sono inoltre presenti 14 università, per il 26% del valore del sistema culturale nazionale, 19 Irccs e il 24,5% degli incubatori e delle strutture dell’ecosistema innovativo.

E secondo i dati illustrati nel corso del workshop da Elena Zambon, presidente del gruppo farmaceutico e chimico Zambon, la filiera delle scienze della vita rappresenta l’11% del Prodotto interno lordo della Lombardia e il 10% del Pil nazionale. E nella regione sono impiegati 339mila addetti, il 20% del totale nazionale. Inoltre 700 milioni di euro sono stati investiti negli ultimi tre anni nella ricerca chimica, con 6mila ricercatori attivi nelle cliniche universitarie e nei centri di ricerca.

Per non disperdere le energie, ha continuato il presidente di Assobiotec, serve “un’agenzia che definisca una strategia di lungo termine, con una visione unica, centralizzata, di lungo termine, che coordini le diverse competenze”. Un centro unico che “dica quali sono le regole del gioco dal punto di vista fiscale, dei tempi delle autorizzazioni e dei tempi per le sperimentazioni sia precliniche che cliniche”. Per Palmisano “se questo Paese non decide di investire seriamente e molto nella ricerca e nell’innovazione delle scienze della vita non andrà da nessuna parte”.

Anche per Benatti “esiste una relazione positiva diretta tra investimenti in innovazione e ricerca e crescita di un Paese”. Quindi serve un centro unico di coordinamento, a livello della Presidenza del Consiglio, per sostenere lo sviluppo del settore delle scienze della vita in Italia. Il presidente di Iab ha sottolineato che la politica negli ultimi due anni “ha fatto delle cose importanti”, come il credito d’imposta e gli incentivi fiscali per individui che investono in iniziative imprenditoriali. “Credo però che debba fare di più”, migliorando il coordinamento fra i vari Ministeri. “La proposta di avere un leader o un focal point a livello della Presidenza del Consiglio, che coordinino l’innovazione e le misure dell’innovazione nel nostro Paese, può essere una misura adeguata”, ha detto Benatti.

Per il presidente di Iab l’Italia “ha un sistema della ricerca che funziona bene: abbiamo secondo i punteggi dei citation index un’ottima posizione rispetto agli altri Paesi, ma trasferiamo poco e male”. Alcuni dei problemi, ha continuato Benatti, sono “la dispersione eccessiva degli uffici di trasferimento tecnologico e la non adeguatezza delle risorse allocate dalle singole università, che fanno sì che il singolo trasferimento tecnologico, che deve avvenire nell’ambito dell’università, sia inefficiente”.

Un altro elemento critico è lo scarso livello di managerializzazione delle imprese italiane del settore. Aziende che “hanno bisogno di manager competenti, preparati su materie scientifiche. Ne beneficeranno sia le imprese che i pazienti”, ha spiegato Elena Zambon, presidente del gruppo Zambon. Gli imprenditori del settore che non hanno una forte presenza internazionale “fanno fatica ad attrarre manager e profili di grande esperienza e internazionali”, ha sottolineato. La ricerca “non ha confini e una volta che hai in mano delle buone opportunità di prodotti e di molecole nuove, la cosa importante è trovare il mondo come mercato a cui accedere”. Perché, come ha evidenziato nel suo intervento Alessandro Sannino, co-fondatore di Gelesis e di Materia, “il risultato della ricerca è la soluzione a un problema, ma è ben lontano dall’essere un prodotto pronto per il mercato”.

Per questo, ha aggiunto Zambon, soprattutto nel settore delle life sciences, “c’è la necessità di competenze specifiche, di sistemi anche regolatori molto diversi, soprattutto in Europa, che chiedono competenze ed esperienze per capire come posizionare un prodotto e come incontrare un’autorizzazione che consenta di portare i nostri prodotti in giro per il mondo”.