Biotestamento, lo Stato sancisce per gli italiani il diritto a decidere sul fine vita

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Un giorno raro, che accompagna anche la speranza che sia sempre meno raro, in cui Politica ed Istituzioni si sono incontrate e coese. Un giorno che ha sancito un Paese più libero, più democratico, più civile. Giovedì 14 dicembre, dopo uno stallo durato otto mesi e forti tensioni della maggioranza tra Pd e centristi, appelli di senatori a vita e sindaci di tutta Italia, il biotestamento ha incassato il via libera definitivo dell’aula di Palazzo Madama ed è diventato legge dello Stato. Il biotestamento è la manifestazione delle volontà sui trattamenti ammessi o esclusi nelle fasi finali dei una malattia. La legge afferma il diritto del malato di decidere “Se e Come” farsi curare anche quando non sarà più in grado di esprimersi. Il paziente manifesterà le sue decisioni per iscritto o in un audio con le “Disposizioni anticipate di trattamento” (Dat). Ci sarà un “fiduciario”, una persona incaricata di far rispettare le volontà contenute del Dat, quando il malato non ha più la possibilità di pronunciarsi. In caso di nuove cure possibile successive alle disposizioni dettate dal paziente, questo si potrà confrontare con il fiduciario e valutare se modificare le volontà. Il malato potrà anche rifiutare idratazione e nutrizione, seppur terapie prescritte dal medico, da parte sua il medico potrà rifarsi all’obiezione di coscienza ma la struttura sanitaria deve attuare la volontà del paziente. La legge ha incontrato gruppi politici favorevoli al biotestamento ma anche gruppi parlamentari cattolici che si sono opposti, per i quali sospendere le cure equivale al suicidio assistito. Un passo storico, è definito da molti all’indomani dell’approvazione della legge, molti i cittadini che si sono espressi favorevoli, in nome del principio di autodeterminazione. Quando la vita rischia di perdere dignità per molti la strada percorribile è quella di sospendere le cure, ma tenendo conto della volontà della persona interessata, a sancirlo il principio di autodeterminazione che è la base fondante del biotestamento. Compilare il proprio testamento biologico ha un valore profondamente educativo, obbliga, ognuno di noi a confrontarsi con se stesso, con i temi esistenziali, a dibatterli, a chiedersi come sia più giusto o più adeguato a concludere la propria vita e di conseguenza il proprio ciclo biologico. Una riflessione personale quanto collettiva. Ragionare sul tema del testamento biologico è importante: non solo per il riconoscimento di un diritto ormai accertato per tutti – il consenso informato da parte del paziente al rifiuto delle terapie-, quanto alla possibilità di riflettere e interrogarci su temi cruciali come quello dei diritti e delle volontà nelle fasi finali della propria vita. L’alternativa, se la legge non fosse passata, sarebbe stata quella di andare avanti da soli, cercandosi magari un bravo tatuatore così come avvenne qualche anno, quando un paziente di settant’anni giunto al pronto soccorso in condizioni precarie e tutti i tentativi di risvegliarlo si erano rivelati inutili. Ma, sul petto del paziente era tatuata una scritta “non resuscitare” con firma connessa e tatuata. I medici nel primo tentativo ignorarono la scritta, nel frattempo un’assistente sociale recuperava un documento ufficiale, così che quando le condizioni del paziente peggiorarono lo condussero alla morte: senza che i medici ricorressero alla rianimazione cardiopolmonare o ad altre tecniche di assistenza respiratoria. Con il testamento biologico si potrà mettere nero su bianco senza doverlo tatuare sulla pelle. La legge sul fine vita mette al centro di tutto il paziente, unico ammalato e sofferente, soggetto che ha capacità di agire quando scriverà le sue volontà e nessuno potrà sostituirsi a lui, neanche l’equipe multidisciplinare composta dall’assistente sociale, dallo psicologo, dai medici specialisti che vorranno fare da ponte nelle dimissioni protette con la famiglia, per cui obbliga tutti noi professionisti a confrontarsi con un principio sacrosanto ed esistente da sempre, anche nel codice deontologico degli assistenti sociali: l’autodeterminazione dell’utente, capace di agire, libero nelle sue scelte e nessuno potrà sostituirsi a lui, neanche nella sua volontà di morire e smettere di combattere, obbligando tutti noi a lasciare le nostre convinzioni e accettare la volontà del paziente.