Bitcoin: il tallone d’Achille della criptovaluta è l’energia?

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Quando nel 2009 il fantomatico Satoshi Nakamoto lanciò i bitcoin sul mercato, la sua idea era di creare un sistema economico meritocratico, decentralizzato e libero. Oggi si può affermare che parte di quel progetto è fallito. Si badi bene: non c’entrano nulla i dubbi sul futuro dei bitcoin o la sua stabilità finanziaria. Il problema è molto più «terreno» se così si può dire e riguarda un dilemma che l’uomo si porta dietro da tempo: l’energia. Ciò che Satoshi Nakamoto non aveva previsto quando creò i bitcoin era la quantità di energia che si sarebbe consumata per minarlo. “La quantità utilizzata per il mining supera il consumo energetico di 159 paesi. Se dovessero crescere così rapidamente, nel febbraio del 2020 il Bitcoin Mining potrebbe prendere l’energia dell’intero pianeta”, come riporta Criptomag.it. Come è possibile tutto questo? Parte tutto dall’algoritmo per minare la criptovaluta. All’inizio di quella che potremmo considerare la sua era, minare richiedeva operazioni semplici. Questo faceva sì che per entrare in possesso dei bitcoin bastasse un semplice computer o, addirittura, uno smartphone. Con il passare del tempo, però, gli algoritmi sono diventati sempre più complessi, richiedendo computer sempre più potenti. L’eccessivo consumo di energia per minare bitcoin ha aperto anche un dibattito etico. È giusto consumare tanta energia per ottenere i bitcoin e le altre criptovalute? Sì, perché in questo articolo noi abbiamo parlato esclusivamente dell’energia spesa per minare la criptovaluta di Nakamoto, ma nel mondo ne esistono altre che utilizzano lo stesso «sistema di creazione» e, dunque, consumano energia. Secondo Marc Bevand, uno dei massimi esperti di criptovalute, «considerare uno spreco energetico quello per le criptovalute vuol dire non riuscire a guardare il quadro complessivo delle cose». I fautori delle criptomonete affermano che l’energia consumata non è superiore a quella che serve per stampare, spostare, conservare le monete normali. Anche le valute tradizionali consumano dunque. I detrattori, però, fanno notare che la questione elettrica non esiste solo nell’operazione di mining, ma anche nelle transazioni che vengono generate. Svolgendosi tutto sulla rete, infatti, i computer consumano anche in quei casi. L’economista De Vries ha calcolato che ogni transazione di bitcoin consuma l’elettricità necessaria per fare 80mila transazioni con carte Visa. Anche se i dati sono stati criticati, è indubbio che parliamo comunque di cifre a quattro zeri.  Insomma: la situazione è tutt’altro che chiara. Esiste però anche un altro problema connesso al consumo energetico, forse meno grave, ma che mette in dubbio il motivo stesso della creazione dei bitcoin. Come abbiamo detto in apertura, uno dei motivi per cui la criptovaluta è stata lanciata sul mercato era quello di creare un sistema economico che fosse più democratico. Così non è. Attualmente, infatti, circa mille persone possiedono il 40% dei Bitcoin esistenti e il misterioso inventore, Satoshi Nakamoto, ne ha da solo il 6% del circolante. Infine, è stato calcolato che tra i 2,78 e i 3,79 milioni dei bitcoin (circa il 17% e il 23% dei 16,7 milioni estratti finora) sono andati definitivamente persi. Dato che il numero totale dei bitcoin che saranno minati è limitato a 21.000.000, si fa presto a fare due calcoli.