Black-out challenge, il “gioco” più seguito dalla rete che istiga i ragazzini al suicidio

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“Giochi pericolosi in rete”, basta digitare questa frase in internet per imbattersi nel black-out challenge, il “gioco” che uccide. Qualcosa che si stringe attorno al collo, l’aria che inizia a mancare, il buio. Un blackout, una pratica che prevede di soffocarsi per poco tempo così da sperimentare la sensazione di euforia provocata dal sangue e dall’ossigeno che ritornano al cervello. Blackout è solo l’ultimo nome con cui è stata battezzata una pratica pericolosa che da anni continua a provocare vittime: il choking game, il gioco del soffocamento. Si tratta di una delle tante sfide virali con cui gli adolescenti si mettono alla prova per mille motivi che vanno dal dimostrare di essere dei veri duri, al superare i propri limiti, sentirsi parte di un gruppo, sballarsi o soltanto per fare qualcosa di diverso. In questo caso, l’obiettivo della black-out challenge è quello di provocarsi uno svenimento privandosi dell’ossigeno da soli o chiedendo aiuto a qualcuno per qualche minuto. In rete ci sono decine di tutorial in merito e altrettanti video seguitissimi di adolescenti di mezzo mondo che ridono divertiti assistendo alla challenge. Uno di questi video li ha visti anche Igor, morto lo scorso 6 settembre. Sportivo e promessa del free climber, per provocarsi quell’assenza di ossigeno si era legato al collo una corda da montagna ed è morto soffocato. Inizialmente la polizia aveva classificato la morte come suicidio, ma i genitori del giovane non hanno mai creduto all’ipotesi che il ragazzo avesse potuto compiere un gesto tanto folle. Hanno così passato a setaccio le sue cose e la cronologia dei siti internet visitati dal giovane, trovando così le risposte. I genitori, hanno voluto rendere pubblica la loro scoperta per lanciare l’allarme ad altri genitori. Il fenomeno, sembra consolidato e seguito in rete, più di novecentomila visualizzazioni si contano ai video tutorial. Nato nel 2008, attira giovanissimi di ogni età, che secondo una citata ricerca statunitense, i ragazzini si avvicinano a questa pratica prevalentemente per solitudine, il 95,7% degli incidenti pare siano avvenuti mentre la vittima era da sola. Si parla di un’età media intorno ai 13 anni. Video virali. Nessun santone della morte, nessun guru oscuro che convince i ragazzi a provare il choking game. I video più visti su questo argomento sono semplicemente delle raccolte di curiosità. La sfida al soffocamento esiste da decenni, ma la rete ha reso virale la diffusione di questo pericolosissimo “gioco”. Secondo gli esperti, sia a livello famigliare sia a livello scolastico non c’è abbastanza sensibilizzazione sui rischi e sui pericoli delle varie challenge: dalla blue whale alla tide pods challenge, passando per la candom snorting challenge e spesso gli adulti ignorano persino l’esistenza di simili sfide, nella migliore delle ipotesi i genitori pensano: “mio figlio non farebbe mai una cosa tanto stupida” e invece il caso di Igor e di molti ragazzi morti per “gioco” dimostra che anche in una famiglia attenta e sensibile possono avvenire le tragedie. Il disagio adolescenziale è un mostro silenzioso che troppe volte in famiglia viene sottovalutato. I genitori pensano al proprio figlio in termini di “dover essere” e non si chiedono chi esso sia davvero. Le priorità sono eccellere a scuola, nello sport scelto, tenere in ordine la camera, e nel tentativo di cercare di tenere insieme tutte queste cose e di farle funzionare, non accorgendosi del male di vivere dei teen-ager forse attirati dal lato oscuro della rete, dai giochi pericolosi e dalle dannate sfide per dimostrare di essere in gamba. Ma i segnali allertanti per un genitore attento ci sono. Se d’improvviso il proprio figlio diventa apatico, trascorrendo tempo al cellulare, se smette di uscire con gli amici o al contrario esce più spesso, torna tardi, non fornisce indicazioni di dove andrà, cosa farà, con chi si vedrà; se dorme poco o cambia le sue abitudini alimentari, se diventa meno comunicativo e più musone potrebbe nascondere un disagio che non può essere liquidato come “paturnie da adolescente”. E’ vero che i genitori non devono sostituirsi agli investigatori, ma ogni tanto “indagare”, informandosi sulla vita e su ciò che segue il proprio figlio può essere un valido deterrente, anche perché la vita umana non può essere un “gioco” da rete, ma un fenomeno complesso e fantastico da vivere e se un momento della vita è più buio è bene che i ragazzi si sentano sorretti e sostenuti dai genitori e non dalla rete, che tenta ed inganna come un falso amico.