Borse e affari da dimenticare, ma non per tutti

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Per le borse mondiali è un’ottava da dimenticare. Al solito è stata Wall Street a dettare il passo, trascinandosi nel crollo prima le piazze asiatiche e, a seguire, quelle europee. Secondo Bloomberg la correzione subita dalle Borse mondiali è costata ai listini di tutto il mondo 5 trilioni di dollari (5 mila miliardi). Della forte correzione – così si dice in gergo – gli analisti hanno dapprima assegnato la colpa ai robot, che movimentano in automatico ormai il 60% delle contrattazioni sia sui mercati regolamentati che su quelli cosiddetti Otc (vale a dire, Over the counter, slegati da una sede specifica ufficiale); quindi alle preoccupazioni del rialzo dei tassi americani, che peraltro la Federal Reserve ha in programma già da tempo.
La tempesta non ha risparmiato nemmeno le criptomonete, finite nell’occhio del ciclone non soltanto per il clamoroso crollo del Bitcoin che dall’inizio di gennaio è sceso dai quasi 20 mila dollari toccati a Natale a 6 mila, ma anche per le misure restrittive minacciate dai grandi gruppi bancari e dai governi sull’intero sistema delle blockchain. E soprattutto per il maxi furto subito dalla giapponese Coincheck Inc di 46,3 miliardi di yen (circa 425 milioni di dollari).
Ovviamente, i manager del più grande exchange di criptovalute nipponico hanno rassicurato gli investitori che saranno rimborsati. Ma ci sono in ogni caso due aspetti del problema che vanno considerati. Il primo è che gli autori del furto – secondo la Nem.io Foundation, organizzazione internazionale che si occupa dello sviluppo continuo della tecnologia blockchain – starebbero cambiando le criptomonete trafugate in altre più spendibili; il secondo è appunto legato alle connesse tematiche criminologiche, all’uso spregiudicato cioè che delle criptovalute fanno le organizzazioni internazionali del malaffare.
Di tutto questo, però – complice anche la settimana festivaliera di Sanremo – si parla poco o punto nei dibattiti politici della campagna elettorale, all’interno dei quali – a dire il vero – si tritano ormai soltanto concetti e slogan stereotipati, mentre trovano poco spazio Mezzogiorno e all’Europa, che forse interesserebbero di più.
A proposito di Europa: agli anti-Ue non sembrerà vero poter aggiungere altre frecce alla propria faretra. Stando, infatti, a quanto riportato nelle ultime ore dai maggiori quotidiani internazionali, il finanziere multimiliardario George Soros – che nel 1992 mise in ginocchio sia la Bank of England con una speculazione sulla sterlina costata 3,4 miliardi al Tesoro britannico, e sia sulla lire costata 48 miliardi alla Banca d’Italia – avrebbe ora finanziato con oltre 400 mila sterline (si parla addirittura di un milione di sterline) una campagna pubblicitaria pro-Unione europea (la Best for Britain) con l’obiettivo di arrestare la Brexit e le sue conseguenze. Una ragione in più per dire no all’Europa della finanza e, con essa, buttare alle ortiche l’intero sogno di Ventotene.
Un po’ più di spazio, invece – ma se ne capisce facilmente il motivo – hanno trovato i dati diffusi dalla stessa Commissione e dall’Ocse che rivedono al rialzo non solo il Pil dell’Italia (sia per quest’anno, che per i prossimo) ma anche i redditi degli italiani. Nell’un caso, la crescita è stimata del +1,5% nel 2018 e +1,2% nel 2019; nell’altro, il nostro è “l’unico Paese tra i Grandi a mostrare un andamento fortemente sostenuto del reddito”.
Ovviamente, ci sarebbe da brindare se nel frattempo l’Istat non avesse pubblicato la Nota sull’andamento dell’economia italiana, da cui emerge invece che “la ripresa economica in Italia sta perdendo forza”. Si registrano, insomma, in calo le vendite al dettaglio nel mese di dicembre, nonostante le feste natalizie; e a gennaio della produzione manifatturiera; e così l’inflazione che “si conferma moderata e in ripiegamento”; e il clima di fiducia di consumatori e imprese che è in peggioramento.
Fiducia, invece, che si accompagna alla comprensibile gioia dei capitani d’industria che misero sui binari dell’alta velocità Italo. I quali – come scrive Dagospia con un pizzico di irriverenza ma sano realismo – dalla vendita di Ntv ad un fondo americano “guadagnano un botto”: 370 milioni a Intesa, 280 a Generali, 245 al fondo Peninsula. 345 milioni a Della Valle, 250 a Montezemolo, 155 a Punzo, 110 a Isabella Seragnoli, 94 a Bombassei. Ci guadagna, ovviamente, anche Cattaneo che, resterà alla guida della compagnia in cui ha investito 15 milioni della liquidazione Tim e ora se ne ritrova oltre 116. Ovviamente, i nostri avrebbero guadagnato anche se Ntv fosse andata in borsa, come s’era detto, ma avrebbero incassato ciascuno meno della metà. Business is business.

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