Branding Dalì. La costruzione di un mito: a Palazzo Fondi in mostra il pensiero daliniano

253

di Fiorella Franchini

Ogni mattina, al risveglio, provo un supremo piacere, il piacere di essere Salvador Dalí, e mi chiedo stupito: “Cosa farà ancor oggi di prodigioso Salvador Dalí?”Echeggia nelle sale dell’antico Palazzo Fondi di Napoli lo straordinario ego di uno degli artisti più sorprendenti del Novecento. Creatività fantasmagorica, intelligenza imprenditoriale, una concezione visionaria dell’Arte ne fanno, a trent’anni dalla morte, un interprete attualissimo della nostra contemporaneità. Ancora poche settimane, fino al 2 febbraio, per visitare una mostra che mette in risalto accanto all’aspetto artistico quello della costruzione del personaggio. Serie grafiche, manifesti, libri, oggetti in porcellana, vetro, argento, terracotta, raccontano la sua attività multiforme e il suo intento autopromozionale. Più di 150 opere legate a prodotti commerciali, dai piatti alle carte da gioco, dalle illustrazioni di capolavori letterari alle mattonelle destinate in origine a una piscina, dalle bottiglie in edizioni limitate per Rosso Antico-Vermouth, alla pubblicità per la SNCF, la compagnia ferroviaria francese, che rappresentano le principali regioni della Francia. Ogni oggetto esibisce il suo stile unico, propagandando più che il committente, il creatore. Dalì fu il primo a utilizzare tutti i linguaggi comunicativi per promuovere l’immagine personale e il proprio pensiero, una vera operazione di branding di se stesso che lo ha reso famoso e ricercato nei salotti e nelle gallerie di tutto il mondo. Ritornano ossessivamente i simboli della sua ispirazione e ritroviamo l’Orologio Molle, una delle immagini più famose, che ha origine in un dipinto del 1931, La Persistenza della Memoria, rappresentazione della percezione del tempo che si diluisce nello spazio, che cambia secondo l’umore e delle azioni. C’è l’’Elefante che appare per la prima volta nel 1941, nel dipinto Sogno Causato dal Volo di un’Ape, zampe lunghe e sottili che accentuano il contrasto tra la robustezza e la fragilità. Ogni segno permette di collegarsi direttamente al suo ideatore e alle emozioni o reazioni che egli suscita, alla sua entità concettuale caratterizzata da un’identità ben definita e complessa in grado di riassumere in sé le ragioni di una scelta o di una preferenza da parte del pubblico. La mostra “Branding Dalì. La costruzione di un mito”, a cura di Alice Devecchi, è stata patrocinata dal Comune di Napoli, e organizzata da LelesArt in collaborazione con Me-diterranea Art e Con-fine edizioni, nell’ambito di un progetto rigenerazione urbana che recupera e rende fruibili storici siti cittadini. Impossibile non lasciarsi conquistare dalla genialità dell’intuizione di Dalì e da quel mondo poetico, onirico e, al tempo stesso, materico, quasi ordinario che trasuda dai lavori esposti. La sua stessa musa, la moglie Gala, cui fu profondamente legato, è stata ugualmente ispiratrice amorosa e regista accorta della sua grande popolarità. Il percorso accompagna il visitatore alla scoperta di quest’aspetto particolare della produzione di uno dei membri più rappresentativi del movimento surrealista, a cui parteciparono artisti come Paul Eluard, Joan Miro, Rene Magritte, Max Ernst. Fedele alla poetica che ha ispirato le sue opere più importanti, ogni oggetto esprime la volontà di fondere le esperienze consce e inconsce, le sfere della realtà e della fantasia nella razionalità della vita quotidiana, “secondo una realtà assoluta, una surrealtà”, ma con un anticonformismo ad oltranza che gli ha permesso un ulteriore passaggio, quello di “trasferire l’aura di unicità dall’opera d’arte all’unicità dell’artista, dai suoi capolavori a se stesso”. Ho un pensiero daliniano: – confessava – l’unica cosa di cui il mondo non avrà mai abbastanza è l’esagerazione”. Autoreferenziale, megalomane, fantasioso, forse un po’ folle: ecco il mito Salvador Dalì.