Brexit: il prezzo della sovranità

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Era il 15 aprile 2015 e David Cameron, già primo ministro inglese, inseriva la promessa di un referendum sulla Brexit nel Manifesto elettorale del Partito Conservatore per le elezioni da tenersi nel mese di maggio dello stesso anno. Per evitare di perdere consensi nel Nord dell’Inghilterra a scapito del Partito Indipendentista di Nigel Farage (UKIP), i Conservatori inglesi decidevano dunque di mettere nero su bianco la promessa di organizzare un Referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. Con tutti i sondaggi che davano il voto sulla permanenza in netto vantaggio, l’esito del referendum sembrava scontato e l’inclusione nel Manifesto Conservatore venne visto come una scelta obbligata da logiche elettorali ma che non avrebbe avuto vere conseguenze.

Cinque anni e mezzo dopo la presentazione del Manifesto a Swindon, l’Ue e il Regno Unito hanno ufficializzato il loro divorzio. A partire dal 1° Gennaio 2021, il Regno Unito non è più un membro dell’Ue. Il Primo Ministro Johnson ha festeggiato il raggiungimento dell’accordo sulla Brexit con una foto con entrambi i pollici alzati e ha dichiarato che finalmente il Regno Unito ha ripreso il controllo delle leggi e del proprio destino.

Il concetto di sovranità è stato senza dubbio il tema centrale della fazione pro-Brexit nel Regno Unito. “Take back control”, slogan ufficiale dei sostenitori del Leave, puntava a rimarcare un collegamento tra sovranità e controllo quasi a ribadire come la maggiore integrazione avvenuta negli ultimi anni avesse ostacolato la crescita economica e il ritorno al nazionalismo fosse la via maestra per prosperare negli anni a venire.

Le sirene nazionaliste stridono però con la realtà che ci circonda, fatta di beni e servizi prodotti per essere commercializzati al di fuori dei confini nazionali. Partiamo da un dato: l’Unione europea rappresenta oggi il partner commerciale più grande del Regno Unito. Il 43% dei beni esportati dal Regno Unito nel 2019 sono stati spediti in uno dei 27 paesi dell’UE. Brexit o non Brexit, questo dato difficilmente potrà variare significativamente data la prossimità geografica tra Regno Unito e Vecchio Continente.

Affinché un prodotto inglese riceva l’autorizzazione ad essere commercializzato nel mercato unico europeo, questo deve rispettare tutte le Direttive e i Regolamenti varati dagli organi legislativi europei. Se fino a qualche anno fa l’Inghilterra partecipava al processo legislativo europeo essendo un componente di peso dell’Ue, a partire dal 2020 il Regno Unito non avrà più voce in capitolo sulle regole varate da Bruxelles.
Questo porta, dunque, a una situazione paradossale. Il produttore di Gin inglese, fermo sostenitore della Brexit, che esporta i suoi prodotti in Europa, non solo continuerà a dover rispettare tutte le regole varate dal tanto odiato Parlamento di Bruxelles di cui sperava essersi liberato il 23 Giugno 2016 quando aveva messo la croce sulla parola Leave, ma non avrà più nessuno presso le istituzioni europee interessato a tutelare i suoi interessi. Oltre al danno, la beffa. Sorge dunque spontanea una domanda: si può veramente parlare di controllo delle proprie leggi quando, di fatto, la maggior parte dei produttori inglesi dovranno continuare a sottostare alle leggi varate unilateralmente da un organo legislativo terzo svuotato dei rappresentati eletti dal popolo inglese?

I politici che soffiano sulla fiamma del nazionalismo devono dunque rendersi conto che le loro tesi si pongono in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione alla base della crescita economica che ha fatto prosperare l’Europa dal dopoguerra ad oggi.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha commentato così il raggiungimento dell’accordo sulla Brexit: “Gran parte del dibattito è stato sulla sovranità, ma che significa sovranità nel 21esimo secolo? Per me significa avere la possibilità di lavorare, studiare e fare impresa in 27 Paesi, rafforzarci a vicenda e parlare con una sola voce in un mondo pieno di grandi potenze. E poi, in tempi di crisi, aiutarsi l’uno l’altro a rialzarsi invece di tentare di rimettersi in piedi da soli”. Parole di grande saggezza e lungimiranza che inducono a una riflessione: il ritorno al nazionalismo non è affatto la risposta ai problemi della nostra società e il concetto stesso di sovranismo deve essere ridimensionato. Questo forse è il più grande insegnamento che si può trarre, oggi, dalla gestione politica dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Una lezione con la quale gli inglesi dovranno fare i conti, prima o poi.