Brexit, Trump e l’equivoco della globalizzazione

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Con la schiacciante vittoria di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca, ottenuta con la maggioranza del voto popolare e con la conquista di entrambi i rami del Congresso, l’onda si è fatta marea. Dopo l’ascesa elettorale di Marine Le Pen in Francia, le elezioni locali in Germania, le presidenziali in Austria e, in particolare, dopo Brexit, il 2016 è destinato a essere ricordato come la fine di un’epoca che decreta la sconfitta definitiva delle classi dirigenti e delle élite che hanno guidato il mondo negli ultimi decenni.

I nemici comuni sono le nuove tecnologie che minacciano di distruggere milioni di posti di lavoro, l’apertura commerciale senza freni, le banche, i tecnocrati, il “politicamente corretto” e, soprattutto, causa primaria di ogni male, la globalizzazione. Eppure forse proprio la globalizzazione è stata la vera arma segreta di Donald Trump: infatti, da un lato il bombardamento mediatico tradizionale a favore della ragionevolezza della Clinton e gli interventi di personaggi appartenenti ormai ad altri periodi storici hanno ottenuto esiti opposti al desiderato e, dall’altro, la strategia di comunicazione di Trump tutta concentrata sui social, giorno dopo giorno, ha raccolto milioni di nuovi contatti grazie alla divulgazione di messaggi estremisti che gli hanno permesso di entrare nel cavallo di Troia della comunicazione andando in cima alle piattaforme informatiche e, di conseguenza, sui mass media tradizionali. Dopo le elezioni, l’immagine mediatica del Tycoon è immediatamente mutata: il paladino della rivoluzione operaia, identificato come difensore della classe media delusa e impoverita, nemico delle banche e di Wall Street, sta preparando la squadra di governo che, ad esempio, probabilmente vedrà al Tesoro un nome tra Steven Mnuchin, ex partner di Goldman Sachs  e Jamie Dimon, amministratore delegato dell’altra grande banca d’affari JPMorgan,  considerato il mago di Wall Street per il ruolo svolto nel 2008 in piena crisi economica. I settori che hanno festeggiato in borsa dopo il risultato elettorale sono stati le banche, le compagnie petrolifere, le costruzioni, la difesa e le compagnie farmaceutiche, tutte espressioni delle grandi lobby che, di fatto, sono cresciute in misura esponenziale anche grazie alla globalizzazione. Il programma governativo di Trump prevede, tra le principali misure, una politica fiscale fortemente espansiva attraverso una decisa accelerazione alla spesa pubblica concentrata nel settore delle costruzioni e della difesa, la liberalizzazione delle banche, ovvero la cancellazione del provvedimento di Obama che ha decretato la netta separazione tra banca commerciale e banca d’investimento, il tutto probabilmente finanziato attraverso una mega scudo fiscale, ovvero un massiccio rientro di capitali esteri negli Stati Uniti che, di fatto, favorirà per l’ennesima volta i grandi ricchi e le grandi lobby di cui proprio il Tycoon è rappresentante. L’inevitabile ripresa dell’inflazione determinerà il rialzo dei tassi di interesse che, in primis, favorirà le banche e, se tutto dovesse andar bene, anche la crescita dell’occupazione collegata alla crescita del PIL. In sintesi, Trump sta per mettere in piedi una squadra di governo che non ha nulla a che vedere con i messaggi estremisti della sua campagna elettorale, composta da un team di professionisti i cui curricula sono, a prescindere dalle posizioni politiche, di assoluta preparazione. I mercati finanziari stanno festeggiando perché scommettono nel successo del programma politico di Trump che, a ben riflettere, è agli antipodi rispetto alle politiche anti deficit e recessive imposte negli ultimi lustri dai tecnocrati europei ai Paesi del vecchio continente. Queste vicende dovrebbero far riflettere anche alle nostre latitudini. Matteo Renzi ha sbancato con il mantra della rottamazione ma, nell’epoca della globalizzazione e del potere dei social, due anni sono un’eternità. Oggi, incredibilmente, il primo ministro rischia di essere identificato come l’ultimo dei colpevoli, inserito nello stesso calderone delle élite dominanti, contrastato da forze politiche che si sono storicamente detestate nell’ultimo decennio e che oggi sono tutte appassionatamente unite nel segno del “no” al prossimo referendum, venduto sui social e di conseguenza sulla stampa tradizionale come test per decretare finalmente la sfiducia al nostro governo dimenticando del tutto il tema della riforma costituzionale. Brexit, Casa Bianca, referendum: due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova; in campagna elettorale si parla di tutto tranne che del tema centrale della consultazione e, subito dopo, si affrontano le conseguenze del voto e si inizia, in colpevole ritardo, a discutere di politica, il tutto sfruttando il peggior lato della globalizzazione, ma sotto il segno della guerra alla stessa. Il prossimo 4 dicembre l’Italia ha un’occasione forse irripetibile per dare un segnale di maturità politica all’Europa dei tecnocrati e agli Stati Uniti che oggi versano lacrime di coccodrillo dopo la peggiore campagna elettorale nella storia delle elezioni presidenziali. “God Bless Italy”.

Roberto Russo