Burocrazia e Imprese: perdere il credito d’imposta per un certificato

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La De Lucia Domenico spa costretta a disinvestire. Pmi in Campania, addio a17 milioni di aiuti

Escluso da beneficio del credito d’imposta perché, nella mole di carte richieste dalla “procedura” (ricordate questa parola, tornerà di nuovo in ballo) della Regione Campania, un imprenditore presenta il semplice “certificato” in luogo della “visura” della Camera di commercio. Un errore formale facilmente sanabile, suggerirebbe il buonsenso (basterebbe infatti chiederne la sostituzione) che evidentemente non alberga dalle parti di Palazzo Santa Lucia. Eppure, a distanza ormai di otto anni dal varo dell’apposita legge regionale (2007) non tutti i 60 milioni di euro stanziati sono stati spesi. A residuo, infatti, ci sono ancora 8 milioni, più del 13% delle risorse stanziate, oltre ad altri 17 milioni a cui le imprese pure hanno rinunciato ritenendo il bando pura follia amministrativa. E non sono, purtroppo, le uniche incongruenze di questa storia, l’ennesima, di ordinaria e ottusa burocrazia, che forse merita di essere raccontata dall’inizio. O meglio, dal 2010, quando in piena crisi economica la giunta Caldoro decide finalmente di rimettere in moto il meccanismo per ridare stimolo al martoriato tessuto produttivo campano. E comunque, da quando l’azienda De Lucia Domenico spa, impresa fondata nel 1929, un fatturato di 20 milioni di euro, 64 dipendenti, di cui 30 stagionali, capitanata da Pasquale, ma affidata alla gestione dei tre figli Mimmo, Antonella e Marisa (i quali si occupano ciascuno di un ramo di attività: confezionamento e commercializzazione di frutta secca, prodotti alimentari precotti e stampa flessografica) decide di rispondere, appunto, al bando varato dalla Regione Campania. Il provvedimento peraltro capita a fagiolo, come usa dire in queste circostanze, perché in tempo di crisi e soprattutto di finanziamenti erogati col contagocce dalle banche, la legge regionale consentirebbe all’azienda di San Felice a Cancello non soltanto di comprare un modernissimo macchinario del valore di oltre un milione di euro, ma anche di assumere altri 4 dipendenti, dal momento che il credito di imposta comporta un vantaggio del 40% dell’investimento. Non solo. A vincere una naturale idiosincrasia del patron dell’azienda nei confronti delle procedure pubbliche, questa volta ci sono le parole pronunciate in un incontro in Confindustria Caserta dall’eurodeputato Fulvio Martusciello, all’epoca dei fatti assessore alle Attività produttive, che promette “procedure snelle e soprattutto veloci: un meccanismo di selezione quasi automatico, sovrainteso da una specifica commissione costituita da funzionari e tecnici capaci e solerti”. E tuttavia – come sempre più spesso capita nella pubblica amministrazione – i primi problemi non tardano a venire. All’andatura della corsa della lepre, infatti, la preposta commissione regionale preferisce fin da subito il passo dell’elefante. Lentezza nelle valutazioni, esame delle pratiche estremamente formali e dunque bocciature a gogò e, tra l’altro, una pausa inspiegabile di lavoro durata dieci mesi. Ma Domenico jr, che per l’azienda è incaricato di seguire l’iter burocratico, non se ne preoccupa più di tanto, dal momento che dopo una prima analisi attenente al merito dell’intervento oggetto dell’agevolazione sembrava esserci stato il superamento positivo della “fase di accesso”. Ma la burocrazia, come già detto, una ne pensa e cento ne fa. Nella primavera del 2012, infatti, all’azienda del tutto inaspettatamente viene notificata la bocciatura della pratica. Motivo? Nel fascicolo della pratica manca il certificato di visura camerale. Invero, tra le carte richieste dal bando c’è un semplice certificato della Camera di commercio, non esattamente quello richiesto. Ma la burocrazia è inflessibile. Non ci sono ragioni che tengono. Alla evidenza dei fatti e nelle more che la De Lucia Domenico Spa attivi un ricorso al Tar, si mette in moto la politica, le relazioni, intanto si alternano le commissioni e cambia pure l’amministrazione regionale. C’è chi propone un meccanismo di ripescaggio, beninteso una volta esaurita la graduatoria dei richiedenti, che potrebbe tagliare la testa al toro. Ma è tutto inutile. Il ligio funzionario che ha in esame la pratica trova oltremodo grave e, dunque, insormontabile l’errore formale (ricordiamo, un certificato camerale al posto di un altro) e in questa posizione si rende forte anche di un parere dell’avvocatura della Regione, in cui si discetta bizantinamente sui termini “procedimento” e “procedura” (eccola di nuovo la parola incriminata) attribuendo evidentemente ad uno dei due, con la forma, anche il valore sostanziale. E, tuttavia, la speranza che a Berlino ci sia un giudice non fa desistere i nostri. In fondo ci sono investimenti concreti e posti di lavoro veri in ballo, non altro. Ma è pia illusione. Alla fine anche il Tar dà torto all’azienda, arzigogolando appunto sui termini di “procedimento” e “procedura”. Non resta che il Consiglio di Stato. Ma a questo punto la famiglia De Lucia comincia a disperare. Né ha troppa voglia di perdersi tra i corridoi dei bizantinismi giudiziari. Meglio pensare al lavoro, alla produzione, alla fabbrica, diversamente, invece di creare nuovi posti di lavoro si rischia di ridurne.