Il caffè tra benefici e falsi miti. Giornata di studi alla Federico II

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In foto Alberto Ritieni

di Paola Ciaramella 

Il caffè è considerato da sempre una bevanda ‘socializzante’, che predispone all’incontro e alla convivialità, favorendo uno stato di benessere generale. La causa è scientifica: “La caffeina, infatti, rappresenta un’antagonista non selettivo dei recettori dell’adenosina”, il neurotrasmettitore che agisce da indicatore della stanchezza, “aumenta la dopamina, il cosiddetto ormone della felicità, e mantiene in circolo adrenalina e noradrenalina, mantenendoci stimolati”. Lo ha spiegato Alberto Ritieni, docente di Chimica degli alimenti all’Università “Federico II”, nel corso della giornata di studi “Il caffè tra scienza e cultura”, che si è tenuta il 14 novembre nel Dipartimento di Agraria dell’Ateneo, a Portici (Napoli). La mattinata, organizzata in collaborazione con Kimbo, è stata l’occasione per far luce su alcuni falsi miti che ruotano attorno alla seconda bevanda più consumata del mondo. “La caffeina non crea dipendenza e non aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, a meno che non si abbia già una situazione particolare alle spalle. E poi non esiste nessuna ricerca che possa lontanamente avvicinarne il consumo ad un rischio aumentato di cancro”. Riguardo alle donne in gravidanza, il caffè rilascia una serie di molecole “che passano attraverso la barriera, perciò il bambino ne percepisce effettivamente l’arrivo, ma l’idea che possa provocare problemi o addirittura aumentare il numero di aborti è stata assolutamente smentita”. Dal punto di vista nutrizionale, l’espresso non fa ingrassare, a patto di non correggerlo “con grappa o cognac rendendolo così un vettore di colesterolo”. Tra i benefici, “una serie di studi attestano che il caffè stimola la motilità del seme maschile e c’è anche una correlazione tra il suo consumo e l’aumento di testosterone”. La dose moderata di caffeina è di poco meno di 125 milligrammi al giorno – corrispondente a tre o quattro tazzine di caffè –, quella eccessiva supera i 250 mg. “Consumando dosi moderate si ha un aumento dello stato di allerta e della frequenza cardiaca, oltre a una focalizzazione dell’attenzione – ha aggiunto il professore –. Con una quantità sempre moderata, inferiore ai 250 mg al giorno, senza passare a un eccesso, abbiamo un’azione protettiva dal Morbo di Parkinson e un effetto stimolante sul sistema cardiocircolatorio. Dosi troppo elevate, di oltre 250 mg al giorno, provocano invece stati di tensione, ansia e disturbi del sonno”. Una curiosità: una tazzina nell’organismo ha una vita di due ore perché il fegato ‘sequestra’ la caffeina. “Per questo motivo, in molti, dopo aver bevuto il caffè alle otto del mattino, alle dieci sentono la necessità di una seconda tazza”.