Camicissima: la storia di successo della camicia artigianale

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Dietro un marchio di successo c’è sempre un’azienda dalla lunga storia, il racconto di qualcosa che è maturato in anni di lavoro spesso consumati in piccoli laboratori artigianali che nulla hanno a che vedere con la grande industria dell’immaginario collettivo. Un prodotto di qualità che ha saputo affermarsi nel mondo della moda è quindi il frutto di passione e sacrificio, è il risultato di un sapiente know how, di esperimenti sul campo che spesso rappresentano il bivio fra la crescita di un gruppo e la fine di un’attività.
Vediamo insieme la storia di un’azienda il cui esempio è davvero da imitare.

La crescita di un’impresa

Il Cavaliere Giovanni Candido nei primi anni del secolo scorso iniziò la lunga avventura che ha portato alla definitiva consacrazione del marchio Camicissima nel mondo, un brand che ha saputo imporsi per la qualità costruttiva delle sue camicie e la bontà dei materiali utilizzati. Nei primi anni del 2000 l’azienda assunse il nome che tutt’ora la contraddistingue in affiancamento al più glorioso Fenicia, l’antico nome che lasciò una buona fetta di mercato all’inconfondibile total look tipico delle camicie da uomo Camicissima, in grado di valorizzare lo stile casual al pari degli abbinamenti più classici.

Dopo aver aperto oltre 130 negozi dislocati nei cinque continenti, l’azienda entrò nell’anno 2016 a far parte del programma Elite di Borsa Italiana, una piattaforma che nacque con lo specifico intento di supportare i gruppi industriali emergenti. La mission consiste tutt’ora nel rispettare i seguenti passi fondamentali che comportano il raggiungimento nell’immediato futuro di specifici obiettivi imprenditoriali, anche sfruttando il sito dedicato Camicissima.it:

  • studio di un nuovo processo atto a ottenere un cambiamento sia culturale che organizzativo all’interno del gruppo di lavoro;
  • avviamento ai principali mercati internazionali che muovono grandi capitali d’investimento;
  • miglioramento dei rapporti con i principali istituti di credito.

L’ingresso in Borsa e la conquista dei mercati

Dopo l’ingresso in Borsa, Camicissima non ha riposto le sue ambizioni e ha continuato a lavorare per crescere e migliorare sotto tutti i punti di vista; il 2019 è stato un anno importante, un vero e proprio riferimento per gli addetti ai lavori che hanno potuto constatare il miglior bilancio annuale di sempre. Il vertiginoso fatturato di oltre 52 milioni di euro, la prima volta oltre il tetto dei 50 mln, ha fatto registrare un cospicuo aumento delle vendite pari al 7,5% in più rispetto al 2018.

Il raggiungimento di questo importante risultato deriva dalla conquista di ben 27 mercati importanti, fra i quali la splendida città di Vienna e addirittura Nairobi, la Capitale del Kenya. Le prossime aperture potrebbero coinvolgere piazze inesplorate ma non per questo da lasciare in secondo piano; si parla di Cipro, del Marocco e dell’Uzbekistan, località dove forse un produttore di camicie non oserebbe proporsi e che mettono l’accento sulle indiscusse capacità commerciali del gruppo, oltre che sulla qualità di capi d’alta moda che sanno farsi apprezzare da una miriade di culture differenti.
A tal proposito, il mercato russo si presenta come l’ennesima alternativa a cui il marchio italiano ha deciso di puntare; la partnership con LiLu Showroom potrebbe garantire all’azienda una rete commerciale in continua espansione in tutta l’Europa dell’Est. L’accordo è stato confermato dal presidente del gruppo La Fenicia S.p.A. Fabio Candido, che ha reso i dovuti omaggi a Oxana Bondarenko, il rappresentante più autorevole del gruppo LiLu. Il risultato si presenterà in tutta la sua magnificenza presso lo showroom di Mosca, oltre 2 mila mq in cui il marchio italiano troverà ampio spazio promozionale, un’occasione fondamentale per l’azienda ma anche per l’acquirente del posto, che avrà modo di apprezzare la qualità di un marchio che oramai non ha più bisogno di presentazioni.

Un ulteriore obiettivo si configura nella volontà di coprire un mercato di tipo wholesale, una formula adottata oramai in ogni parte del mondo che prevede lo sfruttamento di spazi molto grandi, dove il brand troverebbe posto in department store dedicati. In tal senso, l’export potrebbe comportare un giro d’affari pari al 35% dell’intero fatturato, un risultato notevole che migliorerebbe il già sensazionale traguardo del 19% che si registra attualmente.