Il carcere non soltanto come luogo della pena, ma come spazio di cura, relazione e ricostruzione personale. È questo il tema al centro del convegno “Muso a muso con il futuro, l’integrazione sociosanitaria in carcere”, in programma il 28 e 29 maggio nell’Aula Magna del Dipartimento di Medicina veterinaria dell’Università Federico II di Napoli.
L’iniziativa, promossa dall’Area di coordinamento per la Sanità penitenziaria dell’Asl Caserta e dal Laboratorio territoriale regionale “Eleonora Amato” della Regione Campania, punta ad approfondire il ruolo della zooarteterapia e dell’integrazione sociosanitaria nei percorsi di recupero delle persone detenute.
Al centro della due giorni c’è l’idea che il reinserimento sociale debba partire dalla ricostruzione della persona, lavorando su emozioni, relazioni e capacità di controllo dell’impulsività per ridurre il rischio di recidiva.
In Campania questa impostazione ha già trovato applicazione concreta attraverso laboratori sperimentali di zooarteterapia avviati grazie a un accordo tra Asl Caserta e Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, in collaborazione con enti del Terzo settore e con il supporto scientifico dell’Università Vanvitelli e della Federico II.
“La zooarteterapia abbina il contatto con gli animali e l’arteterapia per sostenere il benessere emotivo delle persone detenute”, spiega Maria Teresa Corvino, dirigente psicologo dell’Area di coordinamento per la Sanità penitenziaria dell’Asl Caserta. “Dopo l’interazione con il cane, il partecipante rielabora l’esperienza attraverso pittura, collage o scultura, dando forma a emozioni che spesso non riesce a esprimere a parole”.
Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda il rapporto tra detenuto e animale, costruito attraverso protocolli specifici pensati per tutelare il benessere di entrambi.
“La chiave del successo degli interventi assistiti con gli animali risiede nella reciprocità”, sottolinea Danila d’Angelo, professoressa associata di Etologia e benessere animale alla Federico II. “L’abbinamento tra cane e partecipante non è casuale, ma si basa sulla compatibilità tra i tratti di personalità. Solo in una relazione equilibrata e sicura può svilupparsi un’esperienza realmente trasformativa”.
Il progetto coinvolge anche il Dipartimento di Psicologia dell’Università Vanvitelli, impegnato nella definizione di un protocollo scientifico replicabile in altri istituti penitenziari italiani.
“L’obiettivo – spiega Raffaella Perrella, professoressa associata di Psicologia dinamica – è valutare l’impatto di questi interventi sul benessere psicologico, sulla capacità relazionale e sul funzionamento metacognitivo dei detenuti, cioè la capacità di riflettere sulle proprie emozioni e sulle conseguenze delle proprie azioni”.
Secondo gli organizzatori, la sfida è costruire una rete stabile tra sanità, università, istituzioni penitenziarie e Terzo settore.
“Curare chi è in carcere significa investire nella sicurezza e nel benessere dell’intera comunità”, conclude Giuseppe Nese, direttore dell’Area di coordinamento per la Sanità penitenziaria dell’Asl Caserta.






































