“C’è chi la storia la subisce, chi la studia, e chi, come te, ha avuto il coraggio di scriverla a inchiostro di ferro”.
Carissima Margaret,
ti scrivo queste righe con l’affetto e la complicità di chi ti sente parte del proprio percorso di vita. Se oggi sono una liberale convinta, la radice di questo pensiero affonda nel carisma e nella determinazione incrollabile della nostra comune visione liberal-conservatrice, nutrita fin da quel percorso formidabile che ti portò a conseguire ben due lauree — in chimica e in giurisprudenza — prima di essere eletta per la prima volta in Parlamento nel 1959 e di scalare, da vera pioniera, la guida del partito conservatore. Se oggi credo fermamente nella libertà dei mercati, lo devo prima di tutto a te, e subito dopo a quel gentiluomo dell’economia, il prof. Antonio Martino — e so bene quanto voi due vi sentiste spesso, affini nello spirito e in quel modo tutto vostro di trattare lo statalismo come il fumo negli occhi.
Ripensando agli anni della mia adolescenza, riconosco in te e nella tua straordinaria tempra la scintilla che ha acceso l’amore per la politica e per la cosa pubblica. Insieme a Ronald Reagan hai contribuito a chiudere un’epoca e ad abbattere il Muro di Berlino, dimostrando che la storia può essere piegata dalla volontà umana. Sei stata il politico più divisivo e affascinante del Novecento, capace di rompere il soffitto di cristallo a Downing Street come prima donna premier d’Europa, ispirando intere generazioni di donne che oggi fanno politica e mostrando che la forza non ha bisogno di mimetizzarsi, ma di una chiara visione morale. E se il cinema e la televisione ti ha omaggiato con quel capolavoro di Meryl Streep in The Iron Lady fino ai ritratti intensi di The Crown raccontando più l’essere umano dietro la corazza di ferro, tu sei rimasta fedele a te stessa fino all’ultimo, persino quando hai dovuto lasciare il governo nel 1990 con quella commovente eleganza, ricordandoci che il Regno Unito era in uno stato ben migliore di come lo avevi trovato.
“Essere potenti è come essere una signora: se hai bisogno di dimostrarlo, vuol dire che non lo sei”. Questa era la cifra del tuo agire, la lezione di stile e sostanza con cui sei ripartita in economia per smantellare i dogmi keynesiani e lanciare la tua rivoluzione a suon di deregolamentazione, tagli alla spesa pubblica e politiche neoliberiste spinte fino in fondo. Quando poi guardo all’Italia di oggi e vedo certi sindacalisti da piazza alla Landini, buoni solo per slogan vuoti, mi viene da sorridere pensando a quanto avresti liquidato la loro retorica con il tuo British style e con un inequivocabile “all talk and no trousers”.
“No, no, no”. Questo fu il tuo celebre e intransigente rifiuto tuonato alla Camera dei Comuni il 30 ottobre 1990 contro la moneta unica e l’Europa centralizzata di Jacques Delors, bollando l’euro come un pericoloso “rush of blood to the head” e segnando il punto di massimo attrito in Europa con il mio sguardo di oggi. Per quanto tu pretendessi giustamente il rimborso dei contributi gridando “I want my money back” e difendessi con le unghie la sovranità nazionale, permettimi di dirti che su questo ti sbagliavi. La tua visione poteva anche sembrare vera fino a qualche tempo fa, quando l’Unione Europea ci appariva solo come una macchina fredda e piena di burocrazia. Ma guardiamoci intorno oggi: il mondo sta tremando, la Russia ha attaccato l’Ucraina e persino l’Inghilterra, con la Brexit, si è resa conto di non averci guadagnato assolutamente nulla.
È vero, la burocrazia dell’Unione c’è ancora tutta, ma pensiamo a quello che abbiamo vissuto. Quando il mondo si è letteralmente fermato a causa della pandemia, se ne siamo usciti è stato anche grazie alla forza e agli aiuti concreti arrivati dall’Europa.
Oggi più che mai, con una minaccia così vicina ai nostri confini, stare uniti non è solo una scelta economica, è la nostra unica vera forza per difenderci e contare qualcosa.
“Non esiste una società, esistono gli individui e le famiglie”. Questa granitica convinzione è stata la bussola che ha guidato ogni tuo passo negli esteri e sulla scacchiera internazionale, dalla ferma opposizione all’Unione Sovietica — quella stessa Unione che, nel tentativo di criticarti, ti battezzò per prima Iron Lady, trasformando un insulto nel tuo titolo più glorioso — fino al rigore inflessibile con cui hai gestito le crisi globali. Oggi la geopolitica, quella vera, fatta di leader della tua tempra e di visioni incrollabili, sembra quasi non esistere più, dissolta tra paure e politicanti miopi.
Manchi tu, Margaret. E manca quella certezza che, con una tazza di tè in mano e un ghigno tagliente, si potesse ancora raddrizzare il corso del mondo.
Con immensa stima e un abbraccio affettuoso,
Una tua irriducibile ammiratrice





































