Case Museo vs Grandi Strutture la partita dell’emozione

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“Questa casa è un museo!” Mille le intonazioni vocali che possono cambiare il significato di quest’espressione: una casa piena di cose belle, una casa dall’aspetto un po’ chiuso e stantio (non dimentichiamo che è da poco tempo che si comincia a concepire il museo come una struttura viva, duttile e accogliente), o, ancora, una casa ordinata e distante dove nulla si può toccare a prescindere dal pregio delle cose. Una casa museo, appunto. Ci sono però le Case Museo (iniziali maiuscole), che sono invece abitazioni, trasformate in museo, nelle quali lo spazio quotidiano diventa culturalmente e antropologicamente di un certo interesse, perché chi l’ha abitato è stato un personaggio famoso o comunque considerato rilevante ai fini culturali. Tutta l’Italia ne è piena: sono le ottocentesche case borghesi nelle quali si accumulavano prestigiose collezioni, sono le case di artisti, pittori, scrittori, che sono state aperte al pubblico per raccontare un intimità altrimenti poco percepibile dalle opere dell’artista, o abitazioni di collezionisti aperte al pubblico per ragioni economiche o filantropiche. In Italia sono più di 100. Non è fantastico? A Napoli, da Villa Pignatelli a Casa Morra (4500 mq di arte moderna) fino a Casa Pulcinella, questa sconosciuta sempre chiusa in lavori di restauro (e che sarà mai!), le Case Museo sono un potenziale turistico ed economico notevole che, ad oggi, contribuiscono in qualche misura non meglio percepita, ma validissima, ad accrescere l’offerta culturale della città. Oh bene. Villa Pignatelli, che nacque privata ma che a metà degli anni ’50 fu donata dalla principessa Pignatelli allo Stato Italiano, nel suo splendore architettonico, artistico e naturale può essere l’emblema di quanto sia interessante per il pubblico entrare in strutture che abbiano il sapore di una vita privata, di quelle che nei gesti più elementari assomiglino alla vita di tutti, plebei patrizi, artisti e semplicioni, ricchi e poveri. Tutti sediamo a tavola, ci laviamo, dormiamo. Scoprire come e dove lo faceva l’artista, il personaggio, che abitò la casa, può diventare un esperienza emozionante per qualsiasi tipo di turista. C’è chi che è in grado di cogliere sia un patrimonio immateriale che racconta le qualità e il modo di abitare di periodi e culture differenti, che il gusto, i riti familiari e sociali che si svolgevano all’interno della casa, ma c’è anche chi, come i bambini, è semplicemente incuriosito dalla foggia di una vasca da bagno o dalla maestosità di un letto che assomiglia a quello delle fiabe o dei cartoni animati. OK, perfetto. Abbiamo un patrimonio ricchissimo di queste abitazioni da offrire ad un pubblico che mostra di gradirlo, e tanto, nonostante alcune pecche della gestione. Non fa testo, ovviamente, la casa di Pirandello ad Agrigento dove sebbene alcuni dati parlino di 50000 visitatori l’anno, gli incassi siano davvero irrisori. Le polemiche e le inchieste sul numero di addetti e sui biglietti gratuiti invece venduti, sono tutti da risolversi nelle sedi deputate. Parliamo invece della Villa di Axel Munthe ad Anacapri, dove incassi e numero di visitatori sono sempre cifre importanti o ancora di Villa Pignatelli che ha toccato e superato la vetta dei 49000 visitatori, grazie ad un lavoro costante d’iniziative e programmi per i quali la conoscenza della villa e dei suoi tesori scaturisce anche da una fruizione diversamente motivata. Quando si dice interpretazione gestita. Le Case Museo partono sicuramente avvantaggiate rispetto alle canoniche strutture espositive. Senza alcuno studio interpretativo possono offrire l’emozione dell’immedesimazione nella vita di personaggi e personalità lontane nel tempo e nei modi. La struttura dedicata, invece, deve arrivare alla stessa capacità di provocare emozioni inventando il linguaggio da usare. Di contro la Casa Museo potrebbe esaurire l’interesse del visitatore dopo il primo “giretto” tra gli ambienti. E’ per questo che la strategia gestionale a Villa Pignatelli è stata vincente: I 6000 visitatori interessati alla mostra “World Press Photo” hanno dedicato un po’ di tempo anche agli ambienti privati della Villa e ai suoi saloni e la visita a una mostra è diventata anche la conoscenza di una struttura architettonica altrimenti, forse, ignorata. Si può adattare questa strategia anche ai grandi musei. E’ il metodo che conta, non i metri quadri. La Casa Museo può e deve essere una fonte di studio per le grandi strutture. Acquisire il metodo e rielaborarlo su scala diversa. Si può fare, ma a oggi la partita tra i grandi e le piccole vede le seconde vincenti per incassi e visitatori. Tra Davide e Golia è sempre Davide ad avere la miglior sorte.