Caso Loreto Mare, allarme Gimbe: senza reti sui politraumi si muore

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“L’assistenza ottimale per i pazienti politraumatizzati richiede innanzitutto una organizzazione in rete di strutture ospedaliere e territoriali con vari livelli di responsabilità: trauma center, dipartimenti di emergenza base, di I e di II livello, unità operative trauma, oltre alla rete del 118”. Lo afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, tornando sul caso di Antonio Scafuri, ragazzo di 23 anni morto dopo ore di attesa in codice rosso al Pronto soccorso dell’ospedale Loreto Mare di Napoli. “Se da un lato è noto che le gravi lesioni riportate dai pazienti traumatizzati si associano a una elevata probabilità di morte e disabilità – aggiunge Cartabellotta – dall’altro è inaccettabile che nel nostro Paese un ragazzo di 23 anni muoia per l’inosservanza delle procedure cliniche e organizzative. Infatti, stando a quanto riportato dai maggiori quotidiani, il rapporto preliminare della task force del ministero della Salute, senza entrare nel merito del percorso assistenziale erogato, oggetto dell’indagine giudiziaria, è al tempo stesso impietoso e agghiacciante: gli ispettori hanno percepito ‘un clima sovente di tipo conflittuale e tendente a volte a una marcata deresponsabilizzazione’, e rilevato sia ‘problematiche di natura organizzativa’, sia ‘ricorso a prassi non codificate e non supportate da indicazioni provenienti da linee guida regionali o nazionali'”. “In secondo luogo – prosegue il numero uno della Fondazione – ciascuno dei nodi della rete deve disporre di adeguati requisiti strutturali, tecnologici, organizzativi e professionali; infine, è cruciale l’utilizzo di percorsi assistenziali condivisi e basati su linee guida di buona qualità, al fine di standardizzare i processi di cura e definire ‘chi fa che cosa’, determinanti indispensabile degli esiti di salute”.