CDP: la linea di Scannapieco su Europa, crescita dell’Italia e futuro

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In foto Dario Scannapieco
Dopo la nomina di Dario Scannapieco ad amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti riproponiamo un’intervista rilasciata ad Alfonso Ruffo e pubblicata qualche tempo fa sul magazine Investire. 
Nel periodo critico da marzo a luglio ha finanziato in Italia 13mila piccole e medie imprese con 6,5 miliardi tra prestiti e garanzie: oltre un terzo di quanto destinato a tutti gli altri Paesi europei. Anche sul fronte della sanità il contributo alla realizzazione delle terapie intensive e ai posti di pronto soccorso, oltre che alla retribuzione di medici e infermieri, è stato decisivo per la lotta alla pandemia. Economista, classe 1967, nato a Roma sotto il segno del Leone ma originario della Costiera Amalfitana, Dario Scannapieco è
dal 2007 vicepresidente della Banca Europea degli Investimenti (Bei) e dal 2012 presidente del suo braccio operativo Fei (Fondo europeo per gli investimenti). Nell’intervista che segue offre alcuni suggerimenti su come uscire vincitori dalla dura prova del Covid 19 con un’avvertenza su tutte: agire in discontinuità.
Presidente Scannapieco, con i 209 miliardi del Next Generation Eu da matrigna l’Europa si è trasformata in fata turchina. È corretta questa interpretazione?
Non si tratta di parlare di favole ma di fatti concreti. L’Europa sta subendo uno shock economico senza precedenti, con il Pil in calo di oltre il sette per cento a fine anno. Per l’Italia dovremmo essere intorno al dieci per cento. Quindi è corretto e giusto sostenere gli investimenti, affinché spingano la ripresa e, come obbiettivo finale, rendano l’Unione europea una grande area economica e sociale più competitiva. I pilastri di questa azione sugli investimenti sono la sfida del clima e la digitalizzazione, vale a dire il processo di modernizzazione dell’economia. Ma anche la coesione sociale, per ridurre le ineguaglianze create dalla crisi.
Ci si può fidare dell’improvviso e provvidenziale buon sentimento di Bruxelles nei nostri confronti?
Ritengo che non siamo di fronte alla categoria dei “buoni sentimenti” ma alla consapevolezza che occorrano da una parte investimenti, come si è visto, dall’altra riforme strutturali per snellire le procedure e dare un forte impulso alla competitività. Ripeto, quindi: non buoni sentimenti ma la razionale consapevolezza che occorre una spinta a fare di più.
Per restare nella metafora, potrà l’Europa a sua volta fidarsi del Pinocchio Italia?
L’Italia deve acquisire credibilità implementando una serie di riforme: dalla giustizia ad una chiara definizione dei ruoli delle varie istituzioni fino al processo di realizzazione degli investimenti. Riforme che rendano il Paese più moderno ed efficiente, riducano i tempi e i costi di realizzazione delle opere e portino l’Italia in una nuova fase di sviluppo. Sta a noi agire in questa direzione, per creare tale credibilità. Con fatti, non con parole.
È vero che l’Italia resta un sorvegliato speciale?
L’Italia è un sorvegliato speciale perchè se guardiamo a quanto è successo negli ultimi anni sul fronte della crescita capiamo quanto stiamo arrancando. Dal Duemila a oggi il PIL francese è aumentato del 32 per cento e quello tedesco del 30,6; quello spagnolo del 43,4 per cento e quello medio dell’Unione europea senza l’Italia del 40,7. Nello stesso periodo, il PIL italiano è cresciuto solo del 7,7 per cento. Siamo un sorvegliato speciale perché dobbiamo adottare riforme che ci permettano di crescere quanto gli altri partner europei. Abbiamo le energie per farlo. Si tratta di sbloccarle operando in discontinuità con il passato.
Ammesso che saremo davvero capaci di farci dare tutti i fondi promessi, saremo anche in grado d’investirli in tempi e modi appropriati?
È questa la grande sfida, in Italia il problema non è mai stato la carenza di risorse finanziarie ma la disponibilità di progetti. C’è un grande lavoro da fare, e va fatto, lo ripeto, con grande discontinuità rispetto al passato. Non si può perdere questa occasione, è la nostra once in a lifetime opportunity. Se non spingiamo sulla crescita del PIL anche la finanza pubblica rischia di non essere sostenibile nel medio termine.
C’è un non detto che potrebbe influenzare i nostri rapporti con la Commissione?
No, i rapporti dell’Italia con la Commissione UE sono di assoluta normalità, siamo allineati a quanto avviene agli altri Paesi. Sicuramente dobbiamo dimostrare di essere in grado di fare quelle riforme che ci consentiranno di crescere più di quanto sia avvenuto negli ultimi venti anni. Nel rapporto UE-Italia le parole chiave sono “coerenza” e “credibilità”. E ció vale per entrambe, l’Italia e l’Unione europea, che deve ritrovare piú ambizione.
Le condizioni per poter accedere alle risorse – a fondo perduto e in prestito – sono ben definite. Abbiamo la possibilità di rispettarle?
Dobbiamo, ed è per questo che occorre discontinuità nella nostra azione. Se adottiamo le vecchie procedure e le vecchie regole sinora troppo spesso utilizzate per implementare i grandi progetti rischiamo di perdere il treno europeo. Abbiamo le capacità per rispettarle. A patto che ci sia un cambio di marcia.
Per usare un’espressione diventata di moda nelle ultime settimane: l’Italia è davvero il Sussidistan?
Purtroppo se analizziamo la composizione della spesa pubblica italiana vediamo che negli ultimi anni si è fortemente penalizzata la componente in conto capitale per
sostenere la spesa corrente. Da una parte questa puó essere stata una scelta comprensibile nel tentativo di mitigare gli affetti della crisi; ma dall’altra si rischia
peró di ridurre le risorse disponibili per investimenti e quindi sostenere la crescita a lungo termine del Paese. Tale squilibrio a sfavore degli investimenti produttivi va sanato, ma va fatto all’interno di un disegno complessivo di rilancio dell’Italia. E che abbia tra i capisaldo la creazione di occupazione per quelle classi sociali piú penalizzate dalla crisi.
Come tenere in equilibrio Stato e Mercato in momenti di recessione?
La storia dell’Europa ci insegna che sono due elementi che devono trovare tra loro un giusto bilanciamento. A mio avviso è sbagliato “solo Stato” ed è altrettanto sbagliato “solo mercato”. L’Autorità statale deve fissare le regole e dare certezze regolamentari, condizioni necessarie per  attrarre investimenti e per una sana attività imprenditoriale. In rare eccezioni lo Stato può svolgere il suo ruolo di policy maker, intervenendo in maniera diretta per compensare fallimenti di mercato, ma solo in un’ottica temporanea e poi uscire una volta sanato lo squilibrio. Per sorvegliare sul corretto funzionamento di tali processi, lo Stato deve dotarsi di sistemi di controlli sul funzionamento delle regole. Penso alle Autorità di settore, nel settore delle utility, per la definizione dei parametri tariffari e ad un rafforzamento dei ministeri per verificare l’effettiva realizzazione degli investimenti programmati.
Non c’è il rischio che il Mercato arretri e lo Stato torni a fare mestieri non suoi? 
Il rischio c’è. Ed è ancora piú forte in fasi di recessione. Ma occorre guardare a tale rischio senza troppe preoccupazioni, a patto che ci sia una divisione dei ruoli consolidata. Quindi con una consapevolezza ed effettività nel carattere temporaneo dell’eventuale intervento dello Stato.
È ancora attiva qualche clausola vessatoria che ci debba consigliare di non accedere al Mes? 
Quelle del Mes sono risorse importanti. Lascio al Tesoro la scelta sull’accesso. Sicuramente va fatta un’analisi della convenienza in termini di tasso. Altrimenti che senso ha rifiutare 36 miliardi utili a rafforzare il sistema nazionale? La recrudescenza della pandemia potrebbe far cambiare idea al governo? Penso che nel governo ci siano professionalità strutturate, in grado di fare un’analisi comparativa di costi e benefici di questa scelta. Una fonte di finanziamento a basso costo a mio avviso dovrebbe essere utilizzata. Non mi aspetto clausole vessatorie, chi siede nei posti chiave in Europa non è stolto. E comunque quelle riforme di cui l’Italia ha bisogno andrebbero fatte anche senza alcun vincolo esterno. Dobbiamo crescere in maturità come paese e non contare solo sul “vincolo esterno” per fare quello che in fondo sappiamo va fatto anche se politicamente nel breve non conveniente. Se continuiamo a ragionare sulla base della convenienza politica di breve condanniamo il paese al declino.

La Bei ha un ruolo centrale nel supporto al mondo delle imprese. Come stanno funzionando i suoi programmi di finanziamento?
Per l’emergenza Covid in BEI ci siamo attivati subito, a marzo. La risposta immediata si è basata sugli strumenti finanziari esistenti. Tra prestiti e garanzie, nel periodo marzo-luglio sono andati all’Italia 6,5 miliardi, oltre un terzo di quanto è stato destinato a tutti i Paesi europei. Ne hanno beneficiato ad esempio 13mila Pmi. Ma anche e soprattutto, abbiamo finanziato con due miliardi la Sanità italiana per le spese previste dal Decreto rilancio della scorsa estate: 8 mila posti in terapia intensiva o sub-intensiva, la ristrutturazione di 651 pronto soccorso, le retribuzioni di 9.600 posti di lavoro tra medici e personale sanitario, la diagnostica a distanza. Un prestito a dieci anni a tasso
zero.
C’è poi anche una risposta medio-lungo termine, l’EGF da lei presieduto. Di che cosa si tratta?
È una sorta di Piano Juncker: è stato creato un fondo di garanzia di 25 miliardi, l’European guarantee fund, in cui sono gli Stati membri a garantire le operazioni. Questo fondo permetterà alla BEI di mobilizzare fino a 200 miliardi di investimenti in tutta Europa entro la fine del 2021. Attività addizionale rispetto a quella tradizionale.
C’è tiraggio o l’economia è così depressa che l’offerta di prestiti per investimenti viene ignorata?
Il tiraggio c’è e lo vediamo concretamente anche se molte imprese in questa fase di incertezza pospongono i programmi di investimento. Anche per questo motivo abbiamo per la prima volta iniziato a finanziare il capitale circolante delle imprese di minori dimensioni. Si tratta di offrire loro le risorse per resistere fino alla fine della crisi. I risultati sono più che positivi.
Ha fiducia in un’azione coordinata dei Paesi Ue o le difficoltà crescenti dovute al morbo spingeranno per soluzioni egoistiche?
L’Europa è stata capace di dare il massimo di fronte alle grandi sfide. In momenti come quello che stiamo vivendo dallo scorso marzo, dobbiamo capire tutti che la solidarietà è alla base della costruzione dell’Unione. O ce la facciamo tutti insieme o non ce la facciamo. D’altronde la parola solidarietà viene dal latino “solidus”, che vuol dire forte. Quindi un’Europa più solidale è un’Europa piú forte.
La necessità di collaborare in campo sanitario (vedi l’impegno per i vaccini) avrà ripercussioni anche in altri settori?
Gli ambiti di collaborazione tra i Paesi della UE sono tanti, e molto si sta facendo. É chiaro che abbiamo di fronte sfide epocali che si possono vincere superando la logica nazionale. Quindi la risposta deve basarsi sull’integrazione e sulla collaborazione.
Insomma, dobbiamo aspettarci un’Europa più unita e più forte dopo il Covid o esattamente il contrario?
Paradossalmente uno tsunami come il Covid e le conseguenze che sta avendo sul tessuto economico e sociale sono una grande opportunità per proseguire e rilanciare l’intero disegno di una Europa unita. Confido sulla lungimiranza e la capacità dei governanti di guardare a lungo termine e capire che con una Europa piú forte vinciamo tutti mentre con una Europa divisa invece perdiamo tutti.
Quali sono gli errori da evitare assolutamente?
Guardare al breve termine e non cogliere la dimensione della sfida in corso.
Se il governo le chiedesse un suggerimento per alimentare la crescita che cosa direbbe?
Agire in discontinuità con il passato per le procedure di spesa, abbandonare la demagogia, cercare di attrarre le migliori professionalità nell’ambito della pubblica amministrazione e fare riforme necessarie a rendere il paese piú competitivo, anche se impopolari nel breve. Quindi: procedure snelle, capitale umano di qualità e chiarezza dei ruoli e delle responsabilità tra le istituzioni. Queste le tre chiavi per il rilancio.
Che deve fare il Mezzogiorno per riscattarsi dal suo ruolo da cenerentola?
Sicuramente c’è stata una carenza di progettualità negli ultimi decenni. Ma ci sono realtà di eccellenza ovunque, dalla Campania alla Puglia o nelle isole. Eccellenza anche tecnologica. E bisogna puntare su queste realtà, farle crescere. Basta con l’immagine di un Mezzogiorno sconfitto. Occorre un po’ di orgoglio e consapevolezza che il Sud ha anche molte eccellenze.
E che cosa deve aspettarsi il Sud dal Paese e dall’Europa?
Rispondiamo alla Kennedy: chiediamoci prima che cosa il Sud puó fare per se stesso.
Dopo il duro confronto su quasi tutto tra Stato e Regioni: come inquadrare la persistente richiesta di molti governatori per l’autonomia differenziata?
La mancata chiarezza nella suddivisione dei ruoli ha effetti penalizzanti e paralizzanti anche sugli investimenti. La Costituzione italiana è sempre attuale per i valori, ma una revisione che porti a una maggiore chiarezza dei compiti tra Stato e Regioni è auspicabile. Altrimenti vige la confusione e lo spaesamento tra i cittadini.
C’è il rischio di sempre nuove proteste in piazza per il malcontento di categorie che temono per il fallimento delle proprie attività. Quali risposte dare?
In questa fase occorre non far mancare il sostegno. Ma occorre anche disegnare l’Italia che vogliamo avere nel dopo pandemia. E agire di conseguenza. Capire che cosa c’è all’uscita del tunnel e quale Italia vogliamo. Solo con la prospettiva di un futuro migliore le persone saranno disposte a sostenere sacrifici nel breve termine.
Se dovessimo trarre un insegnamento dall’esperienza che stiamo facendo quale potrebbe essere?
É necessario coniugare una visione ambiziosa a lungo termine con un grande pragmatismo per l’immediato.