Ciò che Leone XIV starà pensando da qualche giorno, riferito ai fatti di Parigi, nella sostanza non è molto diverso da quanto Shakespeare fa dire a Marcello, luogotenente di Amleto, nella tragedia omonima, venuto a conoscenza dei torbidi che continuavano a moltiplicarsi nel regno di Danimarca. Non sarà facile per il Capo della Chiesa cattolica far fronte a quanto continua a verificarsi per mano e, soprattutto, per pensiero di alcuni prosecutori dell’attività millenaria di contestazione della Chiesa cattolica. Essa è abbastanza articolata, intrapresa in tutti i Paesi dove il cattolicesimo è presente e operante. Il dibattito sui motivi addotti dagli scismatici circa il loro comportamento è opportuno che resti nella sfera di azione di quanti, religiosi e non, si confrontano professionalmente con l’argomento. Al Papa resta invece l’ingrato compito di agire in maniera drastica e concreta, cioè di provvedere in merito sia come “Cristo in terra”, sia come capo di Stato, la Santa Sede, da pari a pari, così da posizionarsi lontano anni luce da addebiti e propositi teocratici. Una sezione del tribunale ecclesiastico, un tempo denominata Santo Uffizio, ha emanato, latae sententiae — praticamente non appellabile — il decreto di scomunica di quei religiosi lefebvriani, sia gli ordinati vescovi che gli ordinanti. La funzione si è svolta due giorni fa in Svizzera e non è stata comunicata ufficialmente alla Santa Sede, quindi a Papa Prevost. In effetti, se al mondo laico vengono addebitati comportamenti scorretti e anche più, altrettanto, se non in maniera ancora più violenta, si verifica nella confessione con maggior seguito in assoluto. La morale della favola triste, peraltro alimentata dai sentimenti già compromessi dal palcoscenico oltremodo sgraziato su cui stanno recitando quasi tutte le popolazioni, è che il termine normalità, insieme al complementare certezza, si è concesso un lungo periodo di assenza dal contesto umano e non per riposo. La volontà umana di invertire la rotta, pur essendo fiaccata da tutto quanto sta succedendo in ogni campo, finisce sempre con il gettare il cuore oltre gli ostacoli. La serenità di tale pensiero è turbata però da una constatazione molto usata nei campi: “chi troppo la tira, finisce per spezzarla”.
È riferito, metaforicamente, a ogni tipo di corda, quelle musicali comprese.






































