Centro storico di Napoli, 200 edifici di culto in totale abbandono

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I nostri edifici di culto non sono tutti di proprietà della Chiesa. A volte sono dello Stato, del Comune o di un Ente. La voce che però si leva, a fronte della desolante condizione di alcuni di essi addirittura chiusi perché in rovina, è unica e monocorde: le Chiese sono moltissime e la loro riapertura al pubblico implicherebbe un dispendio economico enorme.
Nulla da fare, dunque. Una sentenza di morte. Duecento chiese nel solo centro antico di Napoli, testimonianza di storia e arte antichissime, versano nell’abbandono assoluto.
Spesso sono state depredate dei loro tesori ed ora fungono da ricettacoli di cartacce e spazzatura varia che gli esemplari meno evoluti della specie umana depositano nei loro cancelli, davanti ai loro portoni. Un rimedio però a questo degrado c’è: Sam, we have a chance. Combattiamo la regola delle finestre rotte? Il disordine urbano e il vandalismo generano criminalità aggiuntiva e comportamenti anti-sociali? La teoria afferma che manutenere ambienti urbani contribuisce a creare un clima di ordine e legalità. L’esistenza di una finestra rotta, genera fenomeni di emulazione, portando qualcun altro a rompere un lampione o un idrante, dando così inizio a una spirale di degrado urbano e sociale. Come fare allora per eliminare lo stato di degrado dalle chiese abbandonate in città? Ecco che con lo stendardo al vento la prassi della gestione dei beni culturali 2.0 avanza vittoriosa:
se servono soldi per rendere frequentabili le chiese in degrado e le casse sono vuote, “elementare Watson”, bisogna riempire le casse. Oh bella, che novità. Invece di appellarci al solito principio per cui l’apertura delle chiese dev’essere gratuita in quanto luoghi dedicati primariamente alla preghiera comunitaria e personale, principi peraltro validissimi, proviamo invece a pensare le chiese, specialmente quelle che custodiscono opere d’arte, come musei a tempo. Due o tre volte al giorno tutti quelli desiderosi di una visita speciale, emozionante ed esaustiva più delle didascalie, che se ben articolate hanno un loro perché, potrebbero visitare la chiesa, il convento, la cripta accompagnati da una guida e pagare per questo speciale servizio. Non è cosa nuova ma è sicuramente poco diffusa. La funzione della guida, nei nostri tempi 2.0, si distacca però decisamente da quella del mero illustratore di elementi ed elencatore di date e dati (come avviene nelle pochissime chiese che oggi offrono questo servizio), per essere invece il ponte tra il dato oggettivo e l’emozione del visitatore. Un servizio del genere, ad esempio in una chiesa come quella della Santissima Trinità dei Pellegrini e dei Convalescenti, potrebbe raccogliere afflusso ancora più grande di pubblico offrendo ai parenti degli ammalati e ai pazienti stessi un momento di grande distrazione e distacco dalle proprie vicende personali, ricostituendo un breve momento di vita familiare oltre i problemi della malattia. In cambio i proprietari dell’edificio di culto e delle sue opere potrebbero trarre fondi per il supporto alla manutenzione delle altre strutture di culto di loro proprietà. La teoria dei vasi comunicanti. Non sarebbero i pochi spiccioli che molti potrebbero immaginare. L’uso della narrazione interpretativa rende una visita turistica agli occhi del visitatore meritevole del pagamento richiesto. Nessun rispetto o devozione tradita, nessun insulto alla religione o all’arte e meno che mai impedimenti alla libera fruizione delle chiese. Il semplice uso di un illuminazione diversa, di musiche adatte alle opere in visione e della coinvolgente narrazione costruita con i principi dell’interpretazione nelle chiese aperte al culto, in qualche preciso orario della giornata, salverebbe dalla rassegnata rovina di strutture artisticamente valide ed attrattive anche di nuovi fedeli.
Perché no?