Che le notti portino consiglio è noto, non vale però per le giornate estive

Donald Trump, personaggio ormai noto ovunque per la sua stravaganza, definizione benevola che qualifica solo in minima parte il suo modo di agire, non finirà mai di stupire l’umanità con effetti speciali. Ultima – solo in ordine di tempo – bravata in cui si è prodotto, è stata quanto ha messo a segno soltanto alcune ore fa. È consistita nel far circolare sui vari social l’immagine dell’isolotto di Hormuz su cui sventola la bandiera americana, affiancata da una didascalia con su postcritto “proprietà USA”.

Il fatto ha provocato una reazione immaginabile in chi è realmente legittimo proprietario dell’ormai celeberrimo scoglio: l’Iran. Chi ha qualche anno sulle spalle, certo ricorderà i numerosi disordini messi in atto dalle varie espressioni dei movimenti studenteschi. Tra verbi e parole usate con maggior frequenza da quei “guerrilleros” che prendevano spunto dal linguaggio degli eroi della rivoluzione di Cuba, non molto antecedente, si elevavano il verbo “provocare” e il sostantivo “provocazione”. Tale strategia tendeva a “mettere sotto” chiunque avesse voluto fare di testa sua, perché la storia aveva imboccato (?) la corsia giusta, quindi era necessario non intralciare il suo cammino. Se si osserva con maggiore attenzione l’attuale comportamento dei teocrati di Teheran e dei loro alleati, non sfugge che hanno innalzato in cielo la provocazione con comportamenti del tutto velleitari, con l’aggravante che quegli stessi personaggi da mille e una notte mentivano e ancora mentono sulle reali intenzioni di non far spandere ancora terrore dovunque è possibile. Qui la situazione fa una sterzata brusca e è Trump, questa volta, che provoca gli iraniani facendo stampare la bandiera americana sulle mappe dove è riportato l’isolotto di Hormuz. Così facendo, il Biondo di Washington non ottiene altro che provocare a più non posso i suoi interlocutori orientali. Peraltro quegli stessi potrebbero di conseguenza essere trattati dagli organismi internazionali con più benevolenza di quanta ne meritino. Procedendo in tal modo, quella guerra che le parti avverse si ostinano a definire giusta quando non lo è nemmeno nell’accezione del termine, dovrà passare attraverso campi minati sempre più pericolosi, senza alcuna certezza su come e quando comparirà la parola fine.