Check Up Mezzogiorno, al Sud l’impresa non è più un tabù

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C’è un fatto che colpisce dell’analisi del Check Up Mezzogiorno di luglio 2018, il tradizionale studio curato da Confindustria e SRM sulla situazione socio economica delle regioni meridionali. Emerge con nitidezza che fare impresa al Sud non è più un tabù. Certo, è innegabile che il ritmo di crescita è ancora contenuto, anzi si prevede un rallentamento del Pil quest’anno, ma ahimé in linea con l’arretramento generale dell’economia del Paese. Ciò nonostante tutti i segnali positivi riguardano l’industria. Lo studio, infatti, prende in considerazione cinque indicatori che compongono l’Indice Sintetico dell’Economia meridionale: Pil, occupazione, imprese, export e investimenti. Dopo quattro anni consecutivi di crescita positiva, nell’ultimo anno l’Indice registra addirittura un’accelerazione di 15 punti. Punto debole dell’Indice continuano ad essere gli investimenti generali. Ma il dato si ribalta completamente se si guarda agli investimenti in impianti e attrezzature, in particolare nell’industria, che tornano a crescere del 40%, seppure sostenuti da agevolazione come il credito d’imposta. La misura, grazie a 2,2 miliardi di incentivo, ha promosso investimenti per oltre 6 miliardi di euro. Uno strumento che ha funzionato e che va garantito e difeso. Sempre in positivo anche l’andamento dell’export, spinto dai settori mezzi di trasporto e agroalimentare e l’incremento del valore aggiunto, addirittura migliore per le aziende meridionali rispetto al resto del Paese, in particolare – ancora – nell’industria in senso stretto.
Verrebbe da dire: una ripresa senza occupati. Il successo dell’impresa non riesce a trainare la ripresa dell’occupazione, la cui analisi rimane molto negativa. Si parla di segnali in “chiaroscuro” dal lavoro, di disagio sociale elevato e di un’incidenza della povertà che tocca quasi il 20% della popolazione. Segnali allarmanti che non devono lasciare indifferenti. Rispetto ad un anno fa, si registrano circa 60 mila occupati in più, ma non sono omogeneamente distribuiti sul territorio meridionale. Un giovane meridionale su due non lavora, e almeno uno su tre non lavora e non studia. I posti di lavoro da recuperare rispetto ai livelli pre-crisi sono ancora 400 mila. Tutto questo si traduce nell’economia reale con minore ricchezza disponibile e quindi con minori consumi: la spesa media mensile delle famiglie meridionali è di 800 euro più bassa di quella delle famiglie del Nord.
Quali possono essere le azioni per invertire questo ampio disagio sociale e rafforzare ancora di più il tessuto industriale? La risposta è senza dubbio nei fondi per la politica di coesione, nazionali e soprattutto europei. Serve una forte inversione di tendenza nel loro utilizzo: i fondi ci sono ma vanno spesi tutti e bene. Entro fine anno, la spesa dei fondi europei da certificare al Sud ammonta a 3,4 miliardi, ma la spesa effettiva è ancora ferma a poco meno di 1 miliardo di euro, anche per le difficoltà amministrative della PA. A questo va aggiunto un grande e ambizioso piano di investimento infrastrutturale che potrà consentire non solo di ridurre i divari ancora presenti ma soprattutto potrà costruire occasioni di lavoro, quanto mai necessarie.