Chi e perché ha voluto affossare il Denaro con un esposto anonimo?

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Questa volta scrivo per fatto personale. E l’impulso arriva dall’assoluzione con formula piena dell’ex segretario generale della Cisl campana, Lina Lucci, dopo cinque anni di gogna, la perdita dell’incarico, il blocco della carriera e tutto quello che è normalmente connesso a un processo che nasce da accuse infamanti che poi si scopre con sempre maggiore puntualità essere false.
Anche io ho subito i miei bravi processi (due, uno civile incardinato presso la Corte dei Conti e uno penale) venendo assolto in entrambi i casi con formula piena e sentenze passate in giudicato e quindi definitive. Una soddisfazione piena dal punto di vista personale che non cancella tuttavia il disappunto per la distruzione di un gruppo editoriale, quello del Denaro, che quest’anno avrebbe compiuto 30 anni di attività se uno sgangherato esposto anonimo del 2012 non avesse acceso la fantasia di un procuratore della Repubblica di Napoli.
E se ben due nuclei della Guardia di Finanza non si fossero succeduti nel tentativo di far emergere e lievitare le prove di un reato di truffa mai commesso e legato alla pretesa che la cooperativa editrice del quotidiano fosse fittizia perché condizionata da una scarsa democrazia interna.
Per questa accusa, essendo stato della cooperativa l’amministratore, ho subìto nel 2015 il sequestro di tutti i miei beni personali e aziendali e perfino di quelli relativi allo svolgimento della professione che per legge sarebbero intoccabili. Ma la legge, grazie ai suoi custodi (questa volta veramente presunti), è così lontana dalla giustizia che per continuare a vivere, per far campare la mia famiglia, mi sarei dovuto adattare a chiedere l’elemosina ad amici e parenti (consiglio ricevuto da un uomo in divisa evidentemente compiaciuto dalle difficoltà in cui mi stava mettendo).
E, insomma, per non farla lunga, solo a luglio dello scorso anno ne sono venuto fuori con la doppia assoluzione di cui ho detto – perché il fatto non sussiste – e con la disposizione da parte del giudice che mi venissero finalmente restituiti i beni sottratti (per la cronaca, ancora non sono riuscito a recuperare le somme sui conti correnti bancari).
Una storia come tante, purtroppo, che lascia in sospeso molte domande. Eccone alcune. Com’è possibile che una procura decida di procedere con uno spropositato dispiegamento di forze sulla base di una denuncia anonima vaga e sgangherata (ne ho naturalmente copia) decidendo nella fase delle indagini di chiudere una testata giornalistica?
Perché si dà licenza alla procura di emettere un comunicato falso e tendenzioso – questa volta con tanto di firma – tendente a far credere che nel corso della perquisizione eseguita a casa mia di mattino presto mi siano stati trovati 16 milioni di euro (notizia totalmente falsa, evidentemente diffusa per alienarmi la simpatia dell’opinione pubblica e ripresa con soddisfazione da siti e giornali proni al verbo dei pubblici ministeri)?
Perché diversi procuratori, finanzieri, riesame, gip, gup e compagnia bella non si sono soffermati a riflettere nemmeno un momento sulla macroscopica circostanza che io del Denaro ero il direttore responsabile il che mi legittimava – cooperativa o meno – a dare disposizioni in redazione o, come si vuol dire, a comandare senza infrangere alcuna legge e anzi compiendo il mio dovere?
I perché senza risposta sono molti altri (avremo tempo di affrontarli) e uno su tutti: com’è possibile che si consenta di rovinare l’esistenza a persone, aziende, famiglie dando credito ad accuse già fragili in partenza e che alla fine si dimostrano palesemente campate in aria, inventate, senza che gli accusatori paghino dazio?
Nel mio caso sarebbe interessante capire chi c’è dietro l’esposto anonimo che ha messo in moto l’infernale meccanismo che ha portato a considerare in chiave deviata la storia di un gruppo editoriale che col tempo e il lavoro aveva conquistato il suo onorevole spazio nella società napoletana e meridionale consentendo a tanti giovani di avvicinarsi al giornalismo e imparare il mestiere senza passare per nessuna delle forche caudine che il settore di solito riserva.