Christian Leperino e l’arte come riscatto: Creatività contemporanea nella Napoli del degrado

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in foto 12 volti

Ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Ilaria Sabatino

Venerdì 7 maggio 2021 è stata inaugurata nella cripta del Duomo di Napoli la mostra dell’artista Christian Leperino, a cura di Alessandra Troncone, dal titolo Dodici volti nel volto. L’arte contemporanea incontra, anzi penetra nel ventre dell’arte classica, per la prima volta la troviamo a confronto con il passato e in questo caso in un luogo sacro, dove sono conservati i resti del patrono della città di Napoli, San Gennaro. Con Christian Leperino oggi non parleremo solo della sua ultima mostra, che vede come protagonisti le sculture di dodici volti, delle sue esperienze artistiche nel mondo e di come la sua arte si sia nutrita e cresciuta tramite queste importanti conoscenze. Ci parlerà, inoltre, del suo impegno in un luogo difficile, ma ricco della città, della chiesa di Santa Maria della Misericordia. Posto che lo stesso Leperino ha adottato e dopo fasi di restauro ha ridato agli abitanti del luogo, creando al suo interno un laboratorio di arte contemporanea a cui possono accedere i ragazzi che vogliano intraprendere o conoscere da vicino il mondo dell’arte. La ricerca dell’artista verte proprio sulle trasformazioni dei luoghi e sul destino di chi li abita, come la scultura che puoi plasmare, lavorare, trasformare fino a dar voce e vita alla sua anima pura e vera.

Nel 2015 hai fondato un Centro di Arte Contemporanea, nella chiesa di Santa Maria della Misericordia ai Vergini, a Napoli. Cosa mi puoi raccontare di questa esperienza in una delle zone più antiche e ricca di storia della città?
Nasce nel 2015, questo mio progetto visionario da artista, di recuperare uno spazio antichissimo della città di Napoli, nel borgo dei Vergini, all’interno del quartiere Sanità, ricco e complesso proprio per dinamiche socio antropologiche culturali, ma anche ricco di bellezza. Un quartiere fortemente popolato e dove era situata questa chiesa Santa Maria della Misericordia, che era un luogo abbandonato, chiuso da oltre un secolo, dove sono entrato con un mio team dell’associazione, composto da storici dell’arte, fotografi, restauratori, volontari. Insieme abbiamo ripulito lo spazio, all’insaputa di tutti e questo luogo poi negli anni è diventato un punto di riferimento, perché abbiamo attivato dei laboratori dell’arte contemporanea. Dopo i primi anni dedicati alla bonifica dello spazio e la messa in sicurezza, abbiamo avviato, come dicevo, dei laboratori dell’arte contemporanea: sulla scultura, sulla fotografia, sul teatro. Iniziando una divulgazione non solo dell’arte del passato, ma anche del contemporaneo! Come artista, inoltre, ho voluto fortemente coinvolgere fin dall’inizio i ragazzi del quartiere, che per la prima volta hanno avuto la possibilità di lavorare proprio con quelli che sono i materiali dell’arte: la scultura, la pittura. Quindi con questo nuovo approccio, del tutto inedito in quel territorio, si è sperimentato una formula nuova di coinvolgimento, di aggregazione anche sociale attraverso la cultura. Questo progetto poi è stato pienamente patrocinato dal Museo Madre, con il loro patronato sull’arte contemporanea, siamo stati inseriti per questo operato sul territorio nella rete extra Mann del Museo Archeologico, abbiamo stretto delle convenzioni con l’Accademia di Belle Arti, con la quale collaboriamo coinvolgendo degli studenti tirocinanti presso i nostri spazi.
Arrivo nel quartiere Sanità sette anni fa, era un quartiere dove poco si sentiva parlare di arte, di arte contemporanea, di bellezza. Ed io ho voluto, ricreare questo riscatto, proprio partendo da un luogo degradato e come artista l’ho ripulito, investendo gran parte dei proventi, provenienti dalle mie opere, ed investendo nello spazio per bonificarlo, pulirlo, riorganizzarlo, montare dei tavoli, trespoli per i ragazzi. Questo spazio, poi, è diventato proprio una fucina per il contemporaneo! Per me, quindi, era importante non portare delle opere d’arte, diciamo, di maestri importanti, ma iniziare a creare proprio un feedback col territorio. Infatti collaboriamo attualmente con la ludoteca cittadina, con i piccoli del quartiere, con le altre associazioni, con le quali siamo in rete. Ho creato questo piccolo distretto culturale, in un’area molto affascinante, anche se considerata attualmente una periferia nel centro storico di Napoli.

Riguardo la mostra che hai realizzato all’interno della cripta di San Gennaro del Duomo di Napoli, qual è il messaggio che hai voluto dare? E da dove nasce l’idea di collocarla in quel luogo?
La cripta di san Gennaro è uno dei luoghi più importanti della città di Napoli sia dal punto di vista storico-artistico, architettonico per la sua ricchezza, ma è anche un grande, possiamo definirlo, luogo di pellegrinaggio per i fedeli non solo campani, napoletani, ma a livello mondiale, essendoci depositate le spoglie del Santo, le ossa di san Gennaro. È proprio considerato un luogo di pellegrinaggio, un luogo che potremmo definire il più sacro della città di Napoli. In questo spazio meraviglioso, quindi, c’era un vuoto in queste dodici cappelle laterali e da lì l’idea di ragionare, partendo anche dall’architettura del Duomo di Napoli, che è ricca di monumenti. Ho iniziato a ragionare sul’idea di ritratto e da lì ho realizzato questi dodici ritratti, che avrebbero occupato il vuoto delle dodici cappelle. Da questo numero dodici è nata la riflessione, un po’ per caso un po’ dettata anche dal fatto che avevo realizzato questa serie di ritratti, sui dodici apostoli. Questi dodici ritratti, che sono ritratti di persone, di napoletani, del popolo, sono andati a riempire questo vuoto degli altari laterali e per me sono diventati i dodici apostoli. Da lì una riflessione sul significato più vicino al tema del sacro, sull’idea del gruppo, della comunità, del tradimento, quindi nuovamente questi aspetti legati al sociale. Sono volti di persone comuni, che vivono la città e che in quest’occasione diventano i protagonisti assoluti di questa esposizione, infatti il titolo è Dodici volti nel volto, che vuole essere appunto il volto del Santo. È interessante aver creato, per la prima volta, perché per la prima volta il contemporaneo entra in uno dei luoghi più antichi della città. Questi volti nascono da un’osservazione dei volti somatici degli abitanti, delle persone, dei napoletani e sono state realizzate nello studio, nella Misericordiella, dove ho avviato anche una convenzione con un gruppo di osservatori, assistenti, ai quali ho introdotto le tecniche e anche un po’ il potere evocativo che possono avere questi volti utilizzando il linguaggio scultoreo. Un po’ ho lavorato anche come facevano gli antichi, da là parte la mia riflessione, da sempre gli artisti hanno utilizzato persone semplici che poi hanno fatto diventare nel caso di Caravaggio Madonne, etc. É una cosa abbastanza nota nell’arte di utilizzare persone semplici che poi vengono investite di una visione e diventano i personaggi e a volte i protagonisti assoluti di un quadro o di un gruppo scultoreo.

Cosa mi puoi dire della tua esperienza all’Accademia di Belle Arti di Napoli come docente?
Sono arrivato ad insegnare in Accademia molto tardi, perché prima ho intrapreso il percorso da artista, quindi dopo una serie di esperienze un po’ in giro in Italia ma anche nel mondo, con mostre importanti come a Tokyo, a Mosca, a Rio De Janeiro, in Spagna, in Germania etc. Poi dopo questo bagaglio di esperienze, di formazione proprio nell’arte contemporanea tra fiere, gallerie, musei, concorsi, premi e diversi riconoscimenti, ho intrapreso il percorso come docente di scultura e attualmente insegno ai ragazzi sia dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone, dove sono docente di ruolo di scultura, sia a Napoli con un corso di specializzazione rivolto al biennio dell’Accademia in cui insegno scultura per l’arte contemporanea. Il contatto con i ragazzi è sempre molto appagante, avere a che fare soprattutto con le nuove generazioni e fare leva sulle tradizioni, che si interfacciano anche con la loro generazione, una generazione abituata più alla superficie candida dei tablet, dei telefonini ed è interessante come si crei questo impatto con quelli che invece sono i materiali, che io come artista, come docente utilizzo, che sono queste del polo caldo potremmo dire, cioè: la pietra, il gesso, il bronzo, la cera, il legno, l’argilla. Ed è interessante, poi, far capire, potremmo definirlo il peso della scultura, che non è soltanto un peso fisico, ma anche simbolico perché in questo processo, per forza di cose, si ribaltano anche delle dinamiche relative al tempo, alla percezione in campo di un esperienza più lenta rispetto alla società frenetica. Quindi il contribuire anche al senso del tempo lento, del processo che merita attenzione, alla riscoperta dei valori della tradizione che non diventano mai conservatori ma diventano anche un momento di confronto tra gli stili, le tecniche e i modi di fare. È interessante capire come queste generazioni, questi nuovi studenti, in questo momento epocale interfacciano con quelle che sono le tecniche tradizionali che poi spesso si rivelano essere quelle fondamentali per un processo di crescita, di emancipazione e di esperienza fortemente emotiva anche dal punto di vista dell’approccio, della tattilità, della percezione, della forma etc.

Come stai vivendo da artista questo periodo, che da più di un anno, ci ha privato della nostra libertà?
Io penso che questo periodo non ci abbia privato della nostra libertà, ma abbia un pò messo il dito nella piaga su quelli che sono i limiti legati alla nostra libertà. Era sicuramente una libertà, che un certo e determinato sistema capitalistico voleva che fosse in qualche modo frenetica, parassitaria nei confronti della natura, che fosse legata a uno stile di vita consumistico, a una realtà che tende a depredare il mondo, la terra. Forse questo momento di pandemia ci ha domato anche diciamo in maniera costruttiva, però ci ha donato questo momento di auto riflessione sull’individuo, sulla società, sulla comunità. Quindi credo che non si tratti soltanto di un momento negativo per l’umanità, ma anche di un momento in cui per la prima volta tutti noi in maniera globale abbiamo abbracciato lo stesso problema, ma abbiamo anche avuto la possibilità, probabilmente, di restare un pochino soli con noi stessi ed in questa solitudine, forse, abbiamo scoperto realmente l’altro da noi. Questa credo sia una fase complessa, ma come tutte le fasi complesse restituiscono poi a lungo andare anche un motivo in più per guardare con fiducia al futuro. Perché senza questo momento, diciamo, di introspezione che tutti abbiamo vissuto, difficilmente avremmo apprezzato il valore della vita che ci è stata donata!
Come artista, tendenzialmente conduco una vita che definisco quasi da monaco ed essendo il lavoro dell’arte, della scultura, per come la intendo io, che non è fatta solo di eventi, di vernissage, ma per me essere artista significa essere soprattutto operaio della creatività. Per essere sempre centrati su questa creatività, su questa bellezza non si può far altro che affrontare il tema della ricerca, dello studio, dell’incontro/scontro con la materia e ciò richiede una grande attenzione, un grande sforzo mentale, un grande sforzo fisico e quindi anche un grande addestramento alla cultura, che non è mai qualcosa di effimero ovvero può esserlo ma non per me. Credo che l’arte, la cultura possano essere veramente quell’ago puntura nella società che può fare la differenza o minimamente tracciare, far intravedere delle coordinate alternative rispetto alla massa.

in foto Christian Leperino
in foto il restauro della chiesa di Santa Maria della Misericordia
in foto la chiesa di Santa Maria della Misericordia