di Giuseppe Ilario
Qualche giorno fa è venuto a mancare Giuseppe Savoldi, il centravanti del Napoli della seconda metà degli anni Settanta.
Originario di Gorlago, in provincia di Bergamo, arrivò sul golfo nell’estate del 1975, proveniente dal Bologna. Fu pagato circa due miliardi, cifra record, tra le numerose polemiche di coloro i quali affermavano che la società e la città non potessero permettersi di spendere una somma tanto elevata.
Erano i tempi in cui i netturbini non venivano retribuiti regolarmente, l’Italsider raggiungeva alti livelli di produzione, il terrorismo imperversava in tutta la Nazione e Rino Gaetano cantava “Ma il cielo è sempre più blu”.
Le file erano interminabili per chi voleva acquistare l’abbonamento per vedere il “bomber” (mio fratello per comprare i biglietti si recava allo storico bar Pippone a Santa Brigida).
I tifosi partenopei sognavano lo scudetto, ma il tricolore in quegli anni non si fermò nella sede di via Crispi, nonostante i puntuali gol del numero nove. I partenopei riuscirono a conquistare una Coppa Italia e una coppa di Lega Italo-Inglese nel 1976.
“Mister due miliardi” era dotato di un ottimo colpo di testa, favorito da una grande elevazione (da ragazzo aveva giocato a basket), aveva il tiro potente e un modo peculiare e preciso di calciare i rigori, di piatto sinistro. Nella stagione di serie A 1972/1973, con la maglia del Bologna, aveva conquistato il titolo di capocannoniere del campionato, in condominio con Rivera e Pulici.
Fu un’icona per quasi un lustro e il beniamino degli ottantamila del San Paolo che urlavano il suo nome, in un calcio romantico con le maglie dei giocatori intrise di sudore e fango.
Due ricordi personali, quello del centravanti azzurro fu il primo poster che attaccai sul muro della mia cameretta e l’unico autografo che, quando ero bambino, ho avuto da un calciatore. Era il 1976, in una pizzeria a Baia Domizia. Lui lo firmò su un foglio di un bloc notes, sorridendo sotto i folti baffi.
Ciao “Beppegol”.






































